Avere cura

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Il tema della cura mi sta molto a cuore, forse ne ho già parlato ma in questo momento sono troppo pigra per andare a vedere dove e organizzare un link (sì non è più aprile, ma la stagione del letargo quest’anno non si decide ad andarsene…).

L’avere cura è una questione strettamente legata al tempo: avere tempo di dedicarsi a qualche cosa, ma anche saper utilizzare molto bene il tempo a disposizione per fare qualche cosa bene. Solo che quando ci si dedica con cura a qualsiasi cosa il tempo si dilata: ve ne siete mai accorti?

A voi cosa viene in mente quando si parla dell’avere cura? Io vedo mani sapienti che curano le piante (cosa che non so assolutamente fare), o che si dedicano alla cura degli altri (cura non solo di persone bisognose, perché malate o qualcosa di simile, ma anche cure definite “estetiche” che spesso fanno molto più bene all’anima che al corpo: se trovate un centro che sa prendersi bene cura di voi vi farà davvero molto bene!), o che si dedicano a costruire qualcosa di bello, come le mani che intrecciano fili colorati nella tessitura, nel ricamo, nella confezione di un abito…

E poi c’è la cura dell’anima, strettamente legata al corpo: viene consigliato anche a chi è giù di corda di uscire a passeggiare in mezzo alla natura, stare al sole -che non fa male: la serotonina ci serve per sorridere di più!; cantare (canta che ti passa) o ridere (ridi che ti passa): a me piace il cabaret, ad esempio, e quando riesco mi regalo uno spettacolo comico, ma anche un bel concerto! Insomma, circondarsi di bellezza: a noi occidentali in fondo piace pensare che l’arte sia legata alla bellezza e anche se nel Novecento in campo artistico tutto si è rivoluzionato, e probabilmente ce n’era bisogno, di fronte alla bellezza non ce n’è per nessuno. Altrimenti come giustificare che tutto il mondo vuole assolutamente andare a vedere dal vivo la reggia di Caserta o la Monnalisa?

L’avere cura mi riporta a tanti anni fa quando ho avuto studenti e studentesse che curavano non solo i contenuti degli elaborati per le verifiche, ma anche il modo di presentarli, aggiungendovi illustrazioni colorate, scegliendo carte pregiate, disegnando copertine. Non li ricorderei piacevolmente se si fossero limitati a questo, ma dava un valore aggiunto ai contenuti e si poteva benissimo leggere come: ci tengo a fare una cosa fatta bene, anche bella non solo “buona”.  È un po’ lo stesso concetto di presentare un bel piatto, da gustare prima con gli occhi e poi con il palato: se non è buono la delusione sarebbe molto più evidente, ma la cura della presentazione di solito si accompagna a quella della ricetta, dalla selezione degli ingredienti agli accostamenti degli stessi.

L’avere cura fa parte del percorso dei musicisti fin dalla loro formazione, se la formazione è svolta all’insegna di questo concetto. Non devi studiare tanto per accontentare il maestro. Provi e riprovi, giochi a modo tuo, ripeti perché tu stesso ci tieni, entri in una sana competizione con te stesso e vinci la soddisfazione di sentire che stai migliorando, che la tua tavolozza di colori sonori si sta arricchendo, la tua capacità di cogliere il senso della musica nascosto tra le righe dei pentagrammi sta diventando sempre più profonda. Quanto più l’esperienza si svolge a tutto tondo, tanto meglio l’avere cura è una tua esigenza. I musicisti bravi, così come i pittori, gli attori, i fotografi, gli scultori, i danzatori, i tecnici, e tutti quelli che fanno bene quello che fanno, studiano nell’accezione più ampia del termine: leggono, si informano, fanno esperienza, girano, guardano cosa fanno gli altri (non tanto nell’accezione di competitor da vedere come “nemici”, ma nel senso di vedere altri modi di fare, avere spunti, “rubare qualcosa” -qualcuno di famoso ha detto che rubare è da artisti, copiare da imbecili, mi pare). Insomma “quelli bravi” si danno da fare e anche tanto, ma soprattutto perché gli piace. Non confondiamo “quelli bravi” con “quelli famosi”: lì a volte le cose non coincidono, ma il discorso sarebbe ungo e deprimente e non ho voglia di deprimermi (vedi sopra).

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Quello che qui interessa è che come musicistinsegnanti dobbiamo tenere a mente l’avere cura nella nostra attività, insegnare ai nostri allievi (sfida sempre più complessa in un mondo che sembra volgersi sempre più alla velocità e alla superficialità). Nella nostra cassetta degli attrezzi dunque dobbiamo avere:

  • La capacità di entrare in una relazione il più possibile positiva con i nostri allievi: che significa prima di tutto non giudicarli! E poi ricordarsi che: loro non sono noi, sono diversi da noi, magari hanno interessi, gusti, motivazioni, esperienze diverse da noi!
  • La capacità di sapere vedere nel qui e ora cosa è possibile con questo determinato allievo, in questo determinato contesto, nel mio determinato ruolo…
  • La capacità di sapere che quello che seminiamo potrebbe essere una pianta lunga a crescere, e quindi imparare a saper leggere i segnali, saper osservare ciò che accade. Forse non vedremo mai l’albero, ma qualche fogliolina, magari seminascosta dalla terra, sì!
  • La capacità di avare aspettative reali e di saper stimolare i nostri allievi: non abbassare troppo il livello, altrimenti si annoiano; non alzarlo troppo, altrimenti si frustrano.
  • La capacità di sapere cosa stiamo facendo, cosa stiamo insegnando: non è la stessa cosa insegnare a suonare uno strumento in un contesto professionalizzante e in uno educativo; insegnare “musica” potrebbe non coincidere con insegnare “a leggere le note”, soprattutto se i vostri allievi sono piccoli!
  • Conoscere tante, tante, tante strategie di lavoro e valutare di volta in volta se e quali sono più adatte.
  • Conoscere tanto, tanto, tanto repertorio: di giochi, di canti, di canzoni, di brani musicali da suonare e da ascoltare!
  • Avere voglia di divertirsi facendo le cose insieme ai nostri allievi, essere stimolanti, imparare a valutare quando è il momento di far fare a loro e quando è meglio essere direttivi, alternare le strategie di lavoro in modo da rendere il nostro stile il più dinamico possibile, avere chiari uno o due obiettivi minimi principali su cui lavorare molto, e ricordarsi che sugli altri stiamo probabilmente seminando: non si può fare tutto e non si possono ottenere risultati su tutto.
  • Insegnare a studiare è fondamentale! Se pensiamo che i nostri allievi ci arrivino da soli e diamo per scontate molte cose, è meglio che cambiamo mestiere.
  • Un pizzico di amore qua e là, almeno ogni tanto, farebbe tanto bene a tutti e “passa” e coinvolge profondamente. È come quando un attore recita e tu non vedi il signor tal dei tali che recita, ma vedi Il Personaggio: questa credibilità non è di tutti e forse dovremmo imparare a capire quanto e cosa riusciamo a trasmettere.
  • Chiedersi: ne vale la pena, per me? E decidere se sì. Se avete dubbi pensateci bene: state giocando con la vostra vita, il vostro benessere e il futuro altrui!

Chick Corea e i giochi da importare a scuola

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Mi è sempre piaciuta l’idea di trasferire a scuola quelle esperienze di coinvolgimento del pubblico tipiche degli spettacoli di cabaret o dei concerti-spettacolo diversi da quelli classici.

Al pedagogista che spinge i futuri insegnanti a utilizzare l’improvvisazione come metodologia, provando loro stessi in prima persona a farlo, capita non di rado di trovare resistenze -«Oh no la prego, questa cosa mi crea una insostenibile inibizione…»- di fronte alle quali è meglio fermarsi per non arrabbiarsi, dato che gli stessi personaggi non provano alcuna inibizione nel fare commenti a sproposito durante le lezioni o nello scrivere scemenze nelle prove d’esame. Gli altri, ancora poco convinti, sentono poi la necessità di evitare, per i propri progetti didattici, tutte quelle sonorità “strane” e quei dialoghi così “poco musicali” che, seppur presenti in parecchia letteratura musicale del Novecento, riescono incomprensibili e sgradevoli alle orecchie di chi è avvezzo alla musica tonale e al “bel suono”. Ecco quindi una miriade di proposte tutte più o meno uguali, dove l’uso della scala pentatonica la fa da padrona. Naturalmente, meglio di nulla, ed è vero che funziona… Ma che fatica, eh? Almeno tanta quanta fa sembrare improponibile ad alcuni futuri insegnanti di strumento pensare di utilizzare il canto come mezzo privilegiato per apprendere le melodie da suonare, specie se gli allievi sono in quella fascia d’età dove cantare sembra una tortura, solo perché qualsiasi cosa abbia a che fare con il proprio corpo potrebbe essere percepito come un modo per essere messi alla gogna.

Allora è meglio, molto meglio, che questi futuri insegnanti vadano a scuola dagli attori o dagli artisti. Non ce n’erano molti ieri sera, a Cortina, a sentire Check Corea. Un vero peccato! Perché, oltre a sentire uno dei più grandi musicisti viventi, che interpone dei veri e propri “tropi” improvvisati tanto a Gershwin quanto alle sonate di Domenico Scarlatti, si sarebbero divertiti a sentirlo ideare ritratti musicali di persone offertesi dal pubblico, e avrebbero apprezzato (forse: ma chi lo sa? I più restii sono duri a capire… Ma pedagogicamente diamo speranza a tutti) non solo le esecuzioni sia di canzoni sia di brani appartenenti ad un repertorio colto, ma anche i momenti in cui, semplicemente invitandolo con un gesto della mano, il pubblico ha imitato le frasi melodiche di una Mazurca di Chopin, o accompagnato con un accordo a cinque parti la canzone in ritmo sudamericano. E che dire di quando Corea ha invitato sul palco qualcuno del pubblico che volesse suonare il piano con lui? Beh, credo non si possa dire che Corea non se ne intenda di improvvisazione: la serata era spesso inframmezzata di standard su cui ha volteggiato con mani ancora pronte (alla bella età di 74 anni!). Eppure proprio lui ha proposto di iniziare con dei cluster e delle imitazioni a dir poco azzardate! Improvvisando con i giovani che si sono offerti volontari, non sono mancati gli effetti sulle corde e polifonie particolarissime, che non sentivano molto la mancanza di armonia né tonale, né jazz né in qualche modo più “orecchiabile”.

Perché? Semplice:  lo scopo era il puro divertimento con la musica, e qualcosa è uscito (esce sempre) niente affatto sgradevole! Il pubblico si è divertito ed ha apprezzato. I giovani si sono lasciati andare al gioco. Ci sarà tempo, eventualmente, per ripensarci e per approfondire, sì da imparare anche gli standard e le armonie che “suonano bene tra loro” secondo certi schemi e grammatiche. Ma intanto il ghiaccio è rotto. E questo è ciò che davvero conta!

Quindi a chi si prepara a diventare insegnante di musica e strumento dico:  andate a sentirli, questi personaggi. E cercate di cogliere il principio, intanto. Poi il resto, se lo volete, verrà.

PS: Potete far cantare i vostri allievi sulla scala pentatonica come in un celebre filmato di Bobby Mc Ferrin di cui ho parlato qui.

Strumentisti-educatori

Lo strumentista-educatore è un personaggio che non piace molto. Per questo, probabilmente, è davvero raro incontrarlo.

Lo strumentista medio, in generale, è molto preso dalla specificità del proprio strumento. Pensa che lo scopo dell’imparare a suonare sia quello di fare esattamente ciò che dice il proprio insegnante. E se gli capitasse di insegnare è indiscutibilmente certo di dover ripristinare ciò che è stato insegnato a lui. La sua idea di Maestro è quella con la Lettera Maiuscola, e quella di allievo è, ovviamente scritta non solo a lettere minuscole ma anche con un corpo del font il più ridotto possibile.

Non è cattivo, ma convinto che lo disegnino così.

Le prime cose da apprendere sono la buona impostazione e gli esercizi di tecnica. La sola idea che un bambino o un principiante di qualsiasi età provi a suonare sulla tastiera con un dito solo, a usare il violino senza aver capito come si tiene l’archetto, a “camminare” sui tasti di una chitarra scoprendo che ne esce una scala, a soffiare dentro una bottiglietta per capire come dosare il fiato che gli servirà per suonare un clarinetto o un flauto, lo fa rabbrividire, così come trova impensabile utilizzare rumori o suoni strani, che pure ogni strumento emette, come possibilità da utilizzare. Tantomeno gli viene in mente che il repertorio contemporaneo spesso utilizza questi effetti: non lo conosce e non gli piace, e quindi non lo considera, così come ipotizzre che l’allievo stesso possa inventarsi un pezzo per esguirlo gli sembra un’eresia.

Tratta il principiante alla stessa stregua del diplomando, per cui se non si studiano almeno tre ore al giorno, ben suddivise tra tecnica, studi e repertorio, conviene neanche cominciare l’esperienza.

Purtroppo la maggior parte degli allievi è priva di talento, questione su cui medita senza capacitarsi come sia possibile.

Se lo strumentista-medio non fosse medio, gli venisse in mente che si può imparare anche oralmente, riflettesse sul fatto che nessuno mai ha negato l’importanza dello studio della tecnica, ma che è una necessità che si può conquistare gradualmente, se, soprattutto, prima dello strumento ci fosse la musica, in tutte le possibili accezioni che possiamo dare a questo termine, e prima ancora il pensiero che nel lavoro dell’insegnante c’è un incontro tra persone e questo aspetto viene prima di tutto, la figura dello strumentista-educatore coinciderebbe con quella del musicista-insegnante.

E in qualche caso, per fortuna, tutto questo avviene.

Giochi di piano

“La sai suonare la canzone di San Martino, vero?”

Era di nuovo lì, sulla porta,  Angelica: con quel suo visetto allegro che sembrava dipinto. Senza foglietto in mano, stavolta.

La Maestra Mirca non seppe trattenere una risata. ” Sei sicura che sia la canzone di San Martino?”

“Certo, me l’ha insegnata la maestra Lucilla! Fa così:

San Martino, campanaro, dormi tu? dormi tu? Suona le campane, suona le campane, din don dan; din don dan!”

“Ah! Ah! Angelica, guarda che forse non hai sentito bene le parole che la maestra Lucilla cantava! San Martino è quel cavaliere generoso, la sai la storia no?, che divise a metà il suo mantello per aiutare un povero che aveva freddo. Invece quello di questa canzone è un frate! Fra’ Martino! E vive in un convento dove ha il compito di suonare le campane! E ci sono i suoi confratelli: Fra’ Gervaso, bravo cuoco; Fra’ Fiorello, giardiniere; Fra’ Leopoldo, musicista; Frate Eligio, maniscalco… E altri di cui non mi ricordo i nomi. In questo convento, se un frate si distrae un pochino, qualcuno gli canta una canzoncina allegra, come per dirgli: «Ehi, attenzione, devi fare bene il tuo lavoro se no la vita del convento non funziona!» E così questa è la canzone dell’allegro convento, in realtà”.

La bambina la guarda, tra l’assorto e il perplesso… “Sì però la sai suonare, vero? Mi insegni?”

“Ok, la cantiamo un pezzettino alla volta e ti mostro dove si suona.”

Facilmente Angelica impara a suonare la canzone per imitazione, a partire dal do centrale. Il brano è distribuito tra le due mani. “Bene, allora adesso facciamo il gioco della campane.  Quelle che Fra’ Martino campanaro suona per i suoi confratelli. Prendiamo un tasto che ci piace e suoniamo tutti quelli che si trovano nella stessa posizione sulla tastiera, schiacciamo il pedale, e poi scendiamo con le braccia e rimbalziamo sui tasti, come se fossimo il martello che colpisce la campana!” E così si sentono campane, campanelle, campanacci e campanoni intonati sul do, sol, si e quelli di un paio di tasti neri. L’effetto sonoro è davvero coinvolgente. La bambina si diverte molto e non vuole smettere!

“Ma… non vuoi che suoniamo anche la canzoncina di Fra’ Gervaso?”

Gli occhi di Angelica sono così luccicanti che sembrano due piccole stelline: “Sìììììììììì!!!!!”

“Fra’ Gervaso, bravo cuoco, dormi tu? dormi tu? Gira la polenta, gira la polenta, plum plum plum; plum plum plum.” Canta la Maestra Mirca. “Come te lo immagini questo frate?” “Con la pancia grossa e sempre sorridente. E anche golosone!” “Allora dove la suoniamo la sua canzone? Nello stesso posto di prima o più su, o più giù?” Angelica sceglie l’ottava più bassa. “Però la suoniamo solo con la mano sinistra, adesso.” La bambina ci prova e si arrangia a modo suo per assestare la diteggiatura dove le serve. Maestra Mirca lascia fare: le piace intervenire solo se ci sono reali difficoltà.

“Fra’ Fiorello, giardiniere, dormi tu? dormi tu? Bagna bene i fiori, bagna bene i fiori, frin frin frin, frin frin frin“. Canta la Maestra Mirca.

“Questa la suono con la destra quassù” È la reazione di Angelica, che diligentemente si applica e riesce ad eseguire il brano qualche ottava sopra, solo con la destra.

“Fra’ Leopoldo, musicista, dormi tu? dormi tu? Fa’ cantare il coro, fa’ cantare il coro, la la la; la la la“.

“Questa proviamo con tutte e due le mani insieme!” Propone Maestra Mirca, e fa vedere e sentire il risultato alla bambina, che subito si mette ad imitarla.

“Adesso la rifacciamo però…  Incrociamo le mani!”

“Nooo!” sorride divertita Angelica. “Non ci riuscirò mai!”

“Non importa, è un gioco! Proviamo e vediamo come va!”

Angelica si concede un paio di tentativi e, con qualche piccolo errore, riesce però a portare avanti tutta la canzone.

“Bravissima! Adesso ci mettiamo Fra’ Leopoldo che accompagna il coro all’organo. Siccome lui è di origini scozzesi, gli piace molto l’effetto cornamusa! Te lo ricordi?” La bambina suona con la mano sinistra  do-sol. “Bravissima! Allora adesso la sinistra accompagna e la destra canta, e poi faremo il contrario!”

Angelica riesce senza troppe difficoltà.

“Frate Eligio, maniscalco, dormi tu? dormi tu? Ferra i tuoi cavalli, ferra i tuoi cavalli toc toc toc, toc, toc toc!”

“Il toc toc toc come ti verrebbe da farlo?” La bambina “bussa” sul coperchio del pianoforte. “Bene allora alla fine della canzoncina lo suoni così. Però la canzoncina del frate maniscalco non la suoniamo più a partire dal do, ma scivoliamo giù di una posizione, ti ricordi come si fa?”

Angelica fa scivolare un ditino per volta giù di un tasto e dice a voce alta: “Qui sono sul tasto bianco e trovo un altro tasto bianco; qui sono sul tasto bianco e trovo un tasto nero; qui sono sul tasto banco e trovo un tasto nero; qui sono sul tasto bianco e trovo un tasto bianco; qui sono sul tasto bianco e trovo un tasto nero”. Ecco fatto, la mano si trova automaticamente nella posizione del si.

E la canzone dell’allegro convento riprende: con una mano per volta, con entrambe (anche incrociate!), con accompagnamento “a cornamusa” (la posizione si trova scivolando: è davvero semplicissimo!) eseguito prima dalla sinistra e poi dalla destra…

E poi si scivola ancora giù di una posizione e Angelica decide che questa è la canzone di “Fra’ Giocondo, gran burlone, dormi tu? dormi tu? Facci uno scherzetto, facci uno scherzetto, Ah ah ah! Ah Ah ah!”

“Allora lo scherzetto lo facciamo davvero”, dice Maestra Mirca. “E come?” “Cantiamo la canzone rincorrendoci, come quando si gioca «a prendersi»”

Prima si prova con la voce. Non è molto facile, ma quando parte per prima Angelica si confonde meno. Poi al pianoforte, Angelica con una mano e Maestra Mirca ad un’ottava superiore con l’altra.

“Adesso prova tu da sola, fa che una mano insegua l’altra!”

“Mi sembra difficile!”

“Prova la prima frase, finché non capisci come funziona”

Angelica prova un paio di volte le prima due frasi.

“Bravissima! Fermiamoci qui, hai capito come fare, non serve riuscrci subito! E poi abbiamo fatto tantissime cose, oggi. Corri a giocare!”

La bambina saluta felice.

Maestra Mirca sa che, la prossima volta, tornerà e sarà in grado di eseguire il brano anche in canone. Stimolata dal gioco nuovo, a casa proverà, senza che nessuno abbia avuto bisogno di dirle “studia”.

Anche non accadesse (ma Maestra Mirca conosce la curiosità di Angelica) un piccolo semino è stato comunque piantato. Un po’ alla volta germoglierà.

E se ripartissimo dall’ascolto (di quello che ci sta intorno)?

Si chiama biowatching e dà un nome nuovo a quello che facevano un tempo genitori e/o nonni: semplicemente girare per i luoghi prestando attenzione a ciò che ci circonda. I più fortunati hanno potuto farlo a contatto con la natura, ma comunque fermarsi ad osservare una foglia caduta in autunno, un fiore che spunta da un giardino o da un balcone, la tela di un ragno illuminata dal sole (spesso fa un piccolo arcobaleno, ve ne eravate mai accorti?), da che parte va’ la corrente nei canali a Venezia quando la marea sale/scende, il canto di un uccello nascosto tra i rami o appollaiato su un tetto… Tutto questo è un parente alla lontana di quello che oggi si chiama biowatching. Ci pensavo, in vacanza, quando ho avuto il piacere e l’onore di conoscere il suo inventore, Francesco Mezzatesta, fondatore della Lipu e personalità di spicco nel mondo che si occupa di natura. Ci pensavo perché mi sono accorta che vi sono bambini che vanno al mare e non sentono neppure il rumore della risacca, frastornati dalla musica di villaggi turistici o arenili attrezzati. E ragazzi che vanno in montagna con le cuffiette nelle orecchie…

Nessuna presa di posizione pro o contro qualcosa o qualcuno, ci mancherebbe.

Ma, spenta la musica, almeno ogni tanto, fermiamoci. Fermiamoci con loro (certo con i piccoli è sempre più facile) e guardiamoci intorno, osserviamo, respiriamo un po’ di natura e… ascoltiamo. Se ci interessa potremmo tentare di indovinare la sagoma di un uccello che vola, o il verso che fa… Chissà come si chiama, come vive, di cosa si nutre… (il vero biowatching ovviamente porta anche verso queste curiosità da soddisfare e quindi verso una cultura della natura da ritrovare, prima che si perda o rimanga sapere di poche persone, canute da tempo). Ma inizialmente possiamo anche solo accontentarci di meravigliarci davanti alle mille forme che assumono le piante, ai suoni che insetti e animali sono in grado di produrre. E stare lì, con loro.

Insegnanti di musica potrebbero stimolare i propri alunni a portare dalle vacanze delle “cartoline sonore” dei luoghi visitati: non necessariamente registrati, ma annotati e poi ricomposti in medley da eseguire in classe coi compagni… (con la voce o con qualsiasi “cosa che possa suonare” a disposizione; se registrati, invece, un bel lavoro con l’aiuto della tecnologia?).

Gli insegnanti di strumento potrebbero spingersi oltre e proporre di inventare veri e propri brani musicali che contengano i suoni ascoltati durante le vacanze, riproposti in forma più onomatopeica o più “artistica” in proprie invenzioni musicali: brani sicuramente studiati e interpretati perché vissuti profondamente dall’allievo. Magari da utilizzare come spunto per studiare poi composizioni celebri ispirate alla natura…

Pensateci!

Ma prima, godetevi un felice ferragosto!

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Arrivo a Nonsololì

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Un piccolo comitato d’accoglienza la stava aspettando.

Ranocchietta Ranocchini si sentì come una diva del cinema. Il Direttore Operatore in persona, insieme alla sua segretaria e ad alcuni insegnanti le si fecero intorno, appena scesa dall’OcaGiuliva.

“Com’è stato il volo?”, “Si sente stanca?”, “Che piacere conoscerla!”. E lei era tutto un sorriso e una risposta. Poi tutti insieme al “MoZquitos”, un locale allegro e accogliente, ma al tempo stesso raffinato, dove le parve di gustare gli insetti freschi più buoni che avesse mai mangiato. E anche lì, tra una chiacchiera e l’altra, si sentì come tra amici.

Le sembrava incredibile!

“Ma come fate?”, si era lasciata sfuggire verso la fine della cena, forse a causa di un liquorino dolce alla mosca tzè-tzè.

“Siamo molto fortunati” le aveva spiegato il Direttore operatore. “Abbiamo potuto creare il nostro istituto su delle basi culturali nuove e avere carta bianca per la gestione. I collaboratori vengono selezionati accuratamente, con l’aiuto di consulenti esperti in questo settore, che oltre a verificare e valutare le competenze professionali, si accertano dell’aspetto emotivo-motivazionale, della capacità di lavorare in gruppo, della volontà di entrare a far parte di un contesto in cui il lavoro sia prima di tutto piacere di fare: di fare musica, di insegnare musica, di lavorare insieme, senza arrivismi o competitività negative.

Ma soprattutto non si resta qui a vita, ci si deve muovere, dare da fare, ma senza stress eccessivo. Insomma cerchiamo sempre di trovare un equilibrio, il benessere per chi lavora e per chi studia da noi. Per fortuna ci è possibile farlo, mentre so che nei Grandi Stagni, come a Nonsoloquì, una gestione di questo tipo non è nemmeno immaginabile, essendoci una situazione politica più macchinosa e molto diversa da qui. Siamo piccoli, ma possiamo gestire le nostre risorse, siamo tenuti a farlo con correttezza, ma anche con una certa libertà. E questo ci permette, ad esempio, di invitare ogni anno qualche esperto esterno a tenere dei seminari rivoluzionari,  o qualche musicista che opera nel mondo dello spettacolo, o nei teatri, o in grandi o piccole orchestre, a venire qui a portare la sua esperienza ai nostri studenti. Piccole cose, da affiancare ai percorsi di studio, in modo da tenere viva l’attenzione e la curiosità dei nostri allievi. E dei nostri collaboratori.”

“È davvero una fortuna poter lavorare così!” Concluse Ranocchietta Ranocchini, tra la sensazione di essere felice, per il fatto di trovarsi lì, e quella di sentirsi amareggiata, per il fatto di vivere e lavorare a Nonsoloquì (e adesso, dopo questa spiegazione, con un aumentato senso di impotenza: allora davvero a Nonsoloquì non si possono cambiare le cose… Tutto perché siamo in un Grande Stagno burocratizzato…)… Ma forse era solo colpa del liquorino alla mosca tzè-tzè… E si lasciò andare a un buon sonno ristoratore.

E se la pedagogia avesse a che fare col marketing? (terza puntata)

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Piaccia o no, non si può far finta che il “fenomeno-Ikea” non abbia in qualche modo influenzato il mercato, le idee, il design. Chi più, chi meno, del settore e affini, ha dovuto tenerne conto.

Sfogliatevi un qualsiasi catalogo, e troverete scarpiere utilizzate come porta-cd, materassi rivestiti con stoffe colorate usati come divani per i bambini, pensili da cucina montati nello studio da manager… Naturalmente non è tutto innovativo: ma proporre quasi tenacemente al proprio pubblico di lavorare con la fantasia, di non vedere il mobile o l’oggetto funzionale solo a quello per cui è stato costruito è una splendida metafora della dinamicità, contrapposta alla staticità.

Nell’evento educativo l’insegnante “statico” fatica a ipotizzare qualcosa di diverso da quello che ha vissuto, a vedere le cose da altri punti di vista, ad usare strategie invece che metodi preconfezionati, a dare priorità a cose diverse da quelle che ce l’hanno secondo la propria scala di valori. Ad es. l’insegnante di strumento “ansioso” ha bisogno di curare fin dalla prima lezione la buona impostazione (senza nemmeno chiedersi cosa significhi questa espressione), insegnare la lettura delle note, invitare l’allievo a fare il suono bello…

L’insegnante dinamico mette questi obiettivi in un ordine diverso, in base all’allievo che ha di fronte: lo osserva, vede come reagisce di fronte alla relazione gesto/effetto sonoro. Sa che, salvo eccezioni, ci vorrà tempo per ottenere certi risultati e propone attività diversificate in modo da promuovere lo sviluppo delle diverse abilità: così il suono bello potrà arrivare accanto ai suoni brutti, usati comunque per fare musica; la lettura arriverà insieme al canto e ad attività ritmiche; il lavoro si realizzerà con lo strumento, ma anche senza (si può suonare  a orecchio, o inventare musica, oltre che eseguirla).

Naturalmente non ci si improvvisa insegnanti dinamici: ci vuole un po’ di lavoro e la voglia di mettersi in gioco. Con gioia, allegria e fantasia. Ma anche sicurezza, lettura critica della realtà, strumenti di lavoro affinati. Così la scatolina pensata come porta penne, per essere utilizzata in cucina, viene costruita scegliendo il materiale e pensando alla forma in modo da potersi adattare ai diversi contesti in cui vogliamo usarla. Senza rompersi.