Effetto sorpresa

“Con Clown Lola ci hai veramente spiazzate!” è stato uno dei primi feedback ricevuti da alcune corsiste. Certo, aspettarsi la “prof di pedagogia musicale” e ritrovarsi una clown!

E voi, usate l’effetto sorpresa nella vostra didattica?

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Probabilmente sì. Tutte le volte che i vostri alunni/allievi/scolari/studenti/corsisti/ partecipanti alle vostre lezioni/incontri/corsi si aspettano qualcosa e ne accade un’altra voi lo usate, ricorrendo felicemente a un dispositivo che garantisce, sempre: sorpresa, meraviglia, quindi curiosità, quindi motivazione, quindi attenzione e partecipazione. Ergo: se la vostra proposta è ben congegnata avete tutte le carte in regola perché lasci il segno, tiri fuori l’entusiasmo -e non solo- e quindi favorisca l’apprendimento. Quello vero.

Due piccoli esempi che sono emersi parlando con le corsiste:

  • Oggi la maestra è senza voce: cerchiamo di capirci comunque, ricorrendo alla comunicazione non verbale.
  • Questa mattina la maestra fa lezione cantando.

Perché non fare diventare la sorpresa una vera e propria ambientazione, per inserirvi le attività? Ad es.

  • Siamo tutti rimasti vittima del sortilegio del mago del silenzio, come potremo comunicare? Ovviamente alla fine si troverà una formula magica-musicale che riporterà anche i suoni, la voce e le parole. Ma esiste davvero il silenzio? La ricerca del silenzio è uno dei giochi più appassionanti per piccoli esploratori armati di registratore, o semplicemente delle proprie orecchie, che alla fine della ricerca – e talvolta sconsolati – devono ammettere che in realtà quando sembra esserci il silenzio, c’è sempre qualche rumore/suono nell’aria!
  • La fata canterina ci fa un incantesimo che dura una settimana/un mese: ogni lezione per dieci minuti possiamo solo comunicare cantando. Quale occasione migliore per sviluppare la competenza melodica orale? Come si canteranno le domande? E le risposte? Funziona ugualmente nella musica? Cerchiamo qualche esempio nel repertorio che conosciamo.

Ancora:

  • Oggi vorrei far suonare gli strumenti ai miei alunni: mi aspetto già un gran mal di testa nel momento in cui devo distribuire gli strumenti! Sorpresa: gli alunni devono andare a prendere il proprio strumento dalla scatola/cesta/armadio/angolo uno alla volta, inventando un modo buffo di camminare. Il resto della classe sonorizza con la voce la sua andatura. Al ritorno l’alunno esegue con lo strumento scelto un proprio modulo ritmico per presentarsi agli altri che ascoltano. Attività conseguente: man mano che il numero di strumenti aumenta otteniamo improvvisazioni vocali-strumentali da parte del gruppo, alternate al “solo” di chi ha preso lo strumento. Ulteriori sviluppi: invece di continuare con le improvvisazioni, il gruppo può essere organizzato in sequenze ritmico-melodiche definite (dall’insegnante o da qualche allievo stesso, anche prendendo spunto da qualche formula che è particolarmente piaciuta), a cui le andature degli alunni si devono adeguare. Resteranno le improvvisazioni dei “soli”. Una volta che tutti hanno il proprio strumento in mano si prosegue con l’attività prefissata. Osservazioni: ci si mette troppo tempo? È vero, ma intanto abbiamo utilizzato un “tempo morto” per un’attività musicale. Sorpresa anche per noi docenti? Piace! (e intanto si esercitano).
  • Oggi invece di fare lezione, mi dispiace ma dobbiamo pulire l’aula. Sorpresa: spazzoloni e secchi diventano strumenti per eseguire sequenze ritmiche alla maniera dagli Stomp. Una carica di energia e un lavoro sul ritmo da riprendere al più presto. Intanto potete darci un’occhiata:

A volte le sorprese le riservano i nostri allievi: se ci sembra il caso, prendiamo spunto da loro osservazioni o racconti o qualcosa per regalarci un effetto sorpresa. Poi con la programmazione a posteriori, potremo inserire il tutto nel nostro percorso. Nel frattempo, evviva! Il coinvolgimento è assicurato!

Chi ben comincia…

introduzione

… È a metà dell’opera, dice il proverbio.

Voi cosa dite?

Quando ne parlo con i miei corsisti ai corsi di pedagogia, la maggior tendenza è quella di riferirsi al primo giorno di scuola, proprio il primo, quello della scuola elementare.

E voi? A cosa associate questa espressione?

primo giorno di scuola

Per me, se ripenso al primo giorno di scuola, questa frase ha il sapore dell’autunno, dell’uva e delle castagne; l’odore delle prime piogge e della stoffa dei grembiulini ancora nuovi, appena finiti di cucire dalle abili mani di mia madre; il peso, non eccessivo, della cartella blu con dentro i quaderni, le penne e il libro di lettura nuovo di zecca, e quello del cappottino e dell’ombrello; il suono dello scalpiccìo delle scarpe sui masegni delle calli di Venezia, del vociare di mamme e bambini, della voce calda del maestro; i colori dei gessi che sulla lavagna danno vita ad una bella ancora (àncora) azzurra, e a frutta colorata. A: ancora (àncora), arancia, albicocca, … Insieme ai disegni, i colori danno forma alle parole che diciamo: il maestro, proprio lì, vicino ad “ancora” (àncora), scrive infatti tutte le altre parole con la A che vengono in mente a noi bambini. E noi le copiamo sul quaderno, scrivendo -subito in corsivo, come si usava- con una calligrafia davvero molto incerta… E poi avanti così, con tante (tutte) le lettere…

Ma ancor più ha il gusto dell’emozione.

L’emozione di fare una nuova esperienza: di conoscere (e poi, negli anni a venire, di ritrovare) nuovi bambini (e poi ragazze/i) che saranno per un bel po’ i miei “compagni di scuola”, di affidarsi al maestro… (Devo dire: un grande maestro! Sono stata davvero fortunata). E più avanti, ai professori.

Adesso ci chiamano “prof!”, quasi un’intimazione, un tentativo di mettersi alla pari, all’insegna di una confidenza più moderna, dove l’autorità si è voluta cancellare confondendo autorevolezza e autoritarismo. Ma noi li chiamavamo Professori, con la P maiuscola, e ci si alzava in piedi, sull’attenti, quando entravano e uscivano dall’aula. Ci veniva spiegato subito cosa si doveva fare: il primo giorno, appunto.

Ricordi…

prima lezione

Eppure non solo. Quanto meno perché, per chi insegna, il primo giorno di scuola ritorna tante volte nella vita: ogni anno per chi incontra i propri nuovi alunni. Per noi, che ormai lavoriamo solo “a corsi”, il primo giorno di scuola è ogni primo giorno di lezione (e infatti ne accennavo anche qui). È bello e importante averne cura, dedicarcisi, senza cedere alla tentazione di pensare che “tanto poi questi studenti non li vedrò più, finito il corso -che dura una manciata di ore”.

Perché?

Prima di tutto perché avere cura del proprio lavoro fa bene a se stessi e a chi si trova a dover condividere con noi un percorso, breve o lungo che sia  (un tema fondamentale, l’avere cura, in questo mestiere e nella vita!). E poi perché l’essere presenti, totalmente, in modo che lo siano anche i nostri alunni/allievi/studenti, ci risparmia un bel po’ di lavoro, dopo.

Nella prima lezione “passano” moltissime cose: ci si “annusa”, si interiorizzano le prime sensazioni (che dovranno essere vagliate, certo!, ma che sono un imprinting dal quale è difficile scostarsi, secondo gli studi che si occupano di queste cose). L’insegnante deve registrare più feedback possibili, quindi deve aver già pensato ad attività che gli siano utili per questo. Deve anche passare le prime regole, il tipo di “atmosfera” che si respira durante le sue lezioni, cosa si può fare e cosa no, come ci si comporta, come si comunica, quali attività in linea di massima caratterizzano il suo modo di lavorare. La sua capacità di cogliere ciò che accade al momento: o meglio di decidere se accogliere o lasciar andare gli in-put che arrivano dai suoi interlocutori. O la misura in cui lo fa.

catturare-attenzione

«In questa lezione ci ha tenuto in una specie di “tensione”, tutto è collegato ed è come se, senza accorgercene, volessimo vedere come andrà a finire». Fu l’osservazione verso il termine di una mia prima lezione, da parte di un corsista. Insomma, una sorta di story-telling*, che tiene salda l’attenzione su una situazione tutta in divenire, non  scontata. Una lezione che viene vissuta come “diversa” da chi si aspettava la classica frontalità accademica. Improponibile con un un numero di ore lungo, e improponibile in una disciplina, la pedagogia musicale, che per quanto teorica possa apparire, è di fatto davvero molto pratica.

(*=sarà il caso di proporre corsi di pedagogia & marketing? Prima o poi dovrò riprendere quel vecchio discorso, iniziato proprio qui sul blog).

In quel caso fu, per gli studenti, un modo quasi casuale per “scoprire” il mondo dell’insegnamento, cosa di cui si occupa appunto la pedagogia. Soprattutto nelle modalità che si possono usare per fare lezione, che poi, piaccia o no, si devono anche studiare e definire -strategie metodologiche, per esempio- ma che se non c’è occasione di vivere in prima persona difficilmente si potranno comprendere davvero fino in fondo, e quindi difficilmente  si andranno ad utilizzare, ricadendo nelle abituali modalità di fare lezione vissute da alunni/allievi, senza metterle minimamente in discussione.

Dopo i ricordi, le discussioni e le riflessioni sulla nostra prima lezione, generalmente propongo un lavoro in gruppi, in  cui il compito è: ipotizzare/programmare e simulare la “mia” prima lezione di…

1. propedeutica musicale, armonia, solfeggio, storia in una scuola di musica;

2. educazione musicale in una scuola dell’infanzia, primaria, secondaria di primo grado;

3. strumento.

Si passa quindi alla socializzazione del lavoro e al confronto tra i gruppi: ci sono elementi in comune? Quali? Ad es. La socializzazione, l’operatività, la scelta degli argomenti in base ad una programmazione più ampia…

Gli elementi differenti a cosa si riferiscono? Ad es. Lezione individuale o di gruppo, età, contesto, linguaggio…

Alla fine i corsisti riescono a “portarsi a casa”:

  • un’esperienza di progettazione in team;
  • una struttura-base utile a diverse situazioni;
  • una serie di esempi ed attività pratiche utilizzabili in situazioni specifiche.

Insomma: lavorare sulla prima lezione è una bella proposta, da un punto di vista pedagogico, e fa riflettere sia sul “prima” sia sul “dopo”, non solo in riferimento agli ipotetici allievi ma soprattutto su se stessi come (futuri… forse, chissà) insegnanti.

E inoltre conferma: «Chi ben comincia… È a metà dell’opera». Davvero!