Corsi di formazione (con domande)

Si è concluso il corso sulla didattica dell’ascolto che ho tenuto all’interno del progetto “L’ora di musica” organizzato dalla Rete Musica Toscana.

Come sempre in queste occasioni sono molto felice degli incontri e delle esperienze fatte, grazie alle persone incontrate e con cui è stato possibile fare un pezzettino di strada assieme. Incontri proficui e arricchenti, soprattutto dal punto di vista della varietà umana, e della varia umanità, nei quali persone che condividono le fatiche e la passione per l’insegnamento e per i bambini, pur in situazioni a volte davvero ai limiti del sopportabile, dopo una settimana in cui al lavoro scolastico (fatto di lezioni, riunioni, incontri con genitori, in qualche caso anche altri corsi, e compiti da correggere) e alle incombenze personali e familiari, si sono incontrate per tre sabati per fare qualche esperienza pratica, riflessione teorica, ipotesi di ricaduta didattica, sistematizzazione di un lessico “tecnico”, progetti di attività e percorsi, racconti di esperienze, intorno all’ascolto musicale. L’ascolto musicale inteso come  parte della disciplina “Musica” alla quale le Indicazioni Nazionali pongono come “traguardi per lo sviluppo delle competenze” al termine della scuola primaria: 1. la capacità di riconoscere gli elementi costitutivi di un semplice brano musicale e 2. la capacità di ascoltare, interpretare e descrivere brani musicali di diverso genere. Beh, spero che alle mie corsiste sia arrivato qualche spunto, ma soprattutto la consapevolezza di essere in grado di lavorare benissimo su entrambi questi traguardi.

In queste occasioni torno sempre anche a riflettere sul senso dei corsi di formazione/aggiornamento e non posso fare a meno di chiedermi: ha ancora senso farli? E, soprattutto, farli in questo modo? Questo pensiero non c’entra nulla con il corso appena finito. È una domanda che mi sono sempre posta, fin dal 1992, anno in cui ho tenuto il mio primo corso di “aggiornamento in servizio”, sempre di sabato, a una trentina di insegnanti arrabbiatissime con il loro Direttore (mi pare non si chiamassero ancora “dirigenti”) che, appunto, le aveva costrette a venire a scuola di sabato. Un bell’inizio, no? Un gruppo che per protesta con il proprio superiore non voleva assolutamente collaborare e partecipare attivamente. Una vera e propria “terapia d’urto” per la giovane formatrice entusiasta, che riuscì in qualche modo a stemperare l’atmosfera ostruzionista e contagiare con la propria voglia di fare qualcosa insieme con la musica anche le maestre più reticenti. Di lì ne sono seguiti a decine: dall’esperienza quinquennale per l’IPRASE trentino a Rovereto, a quella biennale -le “famose” per chi lavora nel mio campo, 200 ore di aggiornamento in musica- in collaborazione con i dipartimenti di didattica dei conservatori, a quelli più limitati (tra le 20 e le 8 ore) nei vari Circoli didattici (poi istituti comprensivi) e/o associazioni varie, sparsi per l’Italia, ma ovviamente soprattutto in Veneto, su tanti temi. E quella domanda ogni volta torna, mescolata alle immagini di tanti volti sorridenti per la soddisfazione di inventarsi una canzone anche senza essere “alfabetizzate”,  di imparare a “leggere” una pubblicità,  di cogliere il senso di un’aria d’opera anche se non in italiano,  di apprendere i primi rudimenti delle palline sul pentagramma… Ma anche a quelle di volti impauriti, o sconfortati, o preoccupati: di non essere in grado, di non essere all’altezza, di non capire, di non sapere, di non avere le idee chiare, di non fidarsi dei propri allievi, delle proprie capacità, di non sapere come portare avanti il discorso. Perché anche se non sono stati costretti ma lo hanno scelto consapevolmente, per crescere, per approfondire e sviluppare le proprie competenze di base, in molti casi gli insegnanti si trovano a fare i conti con le paure e le incertezze causate da quegli  imprevisti a cui non sanno dare risposte. Ad es. un giorno una insegnante raccontò di aver proposto ai bambini di “contare” le pulsazioni di una frase (ma perché poi? I grandi amano le cifre, diceva il Piccolo Principe –sic!) e lo propose diverse volte, finché gli alunni esplosero in un “Ma è noioso! Sono sempre otto, maestra!” E lei non seppe come reagire, né come portare avanti la proposta. Si stupì di venire a sapere che in realtà aveva scoperto una regola musicale generale. Ma non lo sapeva. Non aveva uno strumento fondamentale, che manca a molti di questi bravi e volenterosi insegnanti: una competenza musicale disciplinare. Cioè una competenza più approfondita e tecnica, sulla grammatica di base del nostro linguaggio musicale “materno” per così dire, il linguaggio tonale. Questo è un aspetto molto interessante, che si intreccia a molti altri.

La questione è difficile. E infatti non credo di essere in grado di portare avanti un vero e proprio articolo che abbisognerebbe di argomentazioni articolate e complesse, che non sono in grado di fare e che comunque andrebbero a toccare tanti, troppi elementi, difficili da declinare in un unico post e che scatenerebbero sicuramente una serie di commenti e controcommenti nei quali, temo, emergerebbe il peggio che ognuno dà di sé in queste occasioni, specie sui social (chissà perché i social sembrano essere il terreno più fertile dove ognuno si sfoga nel modo peggiore…). Mi è bastato dare un’occhiata a commenti e contro-lettere a quella dei 600 docenti universitari sulla necessità che la scuola riprenda in mano l’insegnamento dell’italiano. A commenti ed articoli pacati e argomentati, si sono aggiunti quelli scomposti e incivili, sui quali spiccavano, ai miei occhi, quelli che puntavano il dito sulla pedagogia: “è colpa della pedagogia che ci avete imposto voi universitari, in corsi in cui ci avete parlato di sviluppare le competenze degli allievi dicendoci che insegnare loro la grammatica era rimanere sui contenuti e quindi sbagliato! Adesso tenetevi gli allievi ignoranti: è colpa vostra!” (più o meno, la citazione è un assemblaggio di vari commenti letti qua e là:  come se la questione si giocasse 1. sulla necessità di trovare un’unica causa, 2. sulla necessità di utilizzare questo problema come motivo di rivalsa, puntato al peggio). Ora, liberi di pensarla come volete, se fra i pedagogisti e i formatori in cui siete incappati avete incontrato qualche incapace (e quindi avreste dovuto segnalarlo) che vi avesse davvero detto ciò, beh, dovevate bellamente ignorarlo: nelle Indicazioni Nazionali si parla esplicitamente di insegnare la grammatica, e in nessun testo di pedagogia si afferma il contrario (anzi si dà per assodato che le competenze si maturano attraverso dei contenuti, sui quali inevitabilmente si avranno nozioni e si costruiranno conoscenze e abilità non solo generali ma anche legate ai contenuti stessi dell’apprendimento).

Ma questa è un’altra storia.

Nella musica il problema è molto più profondo, perché sembra quasi non esserci una epistemologia chiara di che cosa si intende per “musica” a livello scolastico (o almeno questo è un dubbio che spesso gli insegnanti stessi sollevano ai corsi di formazione): eppure, oltre alle Indicazioni che qualcosa dicono, vi sono libri di testo e materiali -anche in rete- oltre a corsi davvero interessanti ed efficaci, che trattano contenuti e modalità di insegnamento della musica nella scuola. Dove fa acqua un progetto di formazione? Non lo so, anche se sulla formazione iniziale ci sarebbe molto da dire, così come sul reclutamento dei docenti: ma non ha molto senso qui.  Quindi sulla base di quanto constatato in molti anni di lavoro, provo a elencare in modo disordinato alcune questioni che mi vengono in mente:

  • L’atteggiamento culturale: la musica appartiene all’area espressiva e quindi culturalmente non viene associata ai saperi fondamentali. Sulla carta ha ricevuto la pari dignità, ma in pratica non è così. Un insegnante che ha poche ore in classi numerose sceglie di privilegiare le “discipline fondamentali”. È così da sempre: sembra che la possibilità di dedicarsi a ciò che non è “utilitaristico” (con buona pace della pedagogia dell’essere e compagnia cantante) sia un lusso che molti docenti ritengono di non potersi permettere, affannati a correre dietro a troppe problematiche -reali, eh- accavallate l’una sull’altra.
  • La particolarità della disciplina: la musica non è come la matematica, che abbisogna di un discorso lineare, perché se non ho chiaro il concetto di quantità non posso sommare o dividere le quantità, per dire. La musica la possiamo prendere da molteplici punti di vista e ci possiamo costruire miliardi di percorsi. E questo può dare un senso di incertezza: eppure basta scegliere. In fondo è quello che si fa anche con altre discipline: il lavoro dell’insegnante è decidere tra le molte opportunità quali siano più adeguate ai propri alunni, in un determinato momento. O quali possibilità il docente stesso vuole “provare” per vivere un esperienza musicale insieme ai propri alunni e imparare insieme a loro qualcosa.
  • La competenza disciplinare: la maggior parte delle insegnanti di scuola dell’infanzia e primaria possono contare su una competenza musicale di base, ma non su una alfabetizzazione che consenta di conoscere le regole della grammatica musicale, qualcosa di solido a cui aggrapparsi per imparare gli aspetti disciplinari  e le possibili didattiche che ne derivano. Per alfabetizzazione non si intende solo quella in senso stretto, ovvero la capacità di leggere le note, ma una competenza più ampia, legata all’organizzazione delle strutture musicali in contenuti di senso.
  • La competenza tecnica: al contrario, gli insegnanti che hanno studiato musica in modo approfondito, ne hanno spesso una visione eccessivamente tecnica e tecnicistica, che tende a limitare l’idea di musica alla mera esecuzione di repertorio predefinito (sulla base della formazione volta all’idea professionale dell’esecutore-interprete che viene privilegiata dallo studio in conservatorio). Il repertorio, la sua storia e la lettura delle note -il contenuto quindi- restano ancora al centro dell’idea di musica da proporre a scuola. A volte con una inadeguata competenza didattica, cioè utilizzando la stessa didattica che si usa in ambito professionalizzante con i bambini (e magari pensando che le note disegnate come fiorellini al balcone siano un modo “didattico” per insegnarli… ma sulla falsa didattica ci sarebbe da scrivere un’encicolpedia).
  • Pratica vs teoria? Ai formatori viene chiesto di proporre attività pratiche: sono belle, sono divertenti, sono facili da imparare, ricordare, riportare in classe. Ma qual è la loro struttura portante? A cosa servono? Perché proporle? Dove e quando? Un corso di formazione può far apprendere repertori, metodologie, attività che le insegnanti riportano in classe più o meno pedissequamente senza aver chiaro cosa stanno facendo, come, a cosa serve. Lo dimostra la domanda che spesso queste insegnanti pongono ai corsi: cosa devo scrivere su “obiettivi” se faccio questa cosa? In molti corsi non c’è tempo, in altri non c’è voglia. E quindi il corso di formazione non forma davvero: è una fucina di idee e repertori. Non sto dicendo che sia sbagliato, ma certamente questo non costruisce la consapevolezza necessaria all’insegnante in formazione, che a volte chiede addirittura il permesso del formatore: se faccio questo è giusto? Come se il formatore potesse conoscere tutte le variabili con cui l’insegnante in questione si relaziona: le dinamiche di gruppo, la relazione con quel gruppo, le abitudini, i bisogni degli allievi, le modalità con cui ha intenzione di proporre l’attività e le modalità effettive con cui la va a proporre…
  • Gruppi eterogenei: spesso il formatore si trova un gruppo, anche numeroso (ricordo un corso con 60 insegnanti in una palestra rimbombante, dove avevo insegnanti alle prima armi, insegnanti vicini alla pensione, insegnanti diplomati al conservatorio, insegnanti che nemmeno fischiettavano sotto la doccia) con provenienza diversa, non solo in riferimento alla competenza musicale (generale o più approfondita per interesse personale) o didattica (mai fatto didattica della musica, seguito 2.563 corsi di didattica della musica su di-tutto-e-di-più) ma anche in relazione al contesto educativo in cui opera. Siamo sicuri che proporre corsi in cui teniamo insieme il capo scout, la maestra d’asilo, il prof. di sostegno, l’insegnante di primaria e quello di secondaria possa essere efficace? Le aspettative sono diversissime, e le modalità di proporre le attività dovranno essere declinate dai docenti, che poi non sono sicuri di essere in grado di farlo. Gli animatori poi: hanno veramente bisogno di attività didattiche, o gli basta “farsi un repertorio di attività divertenti”?

Una formazione pensata in modo più organico sarebbe possibile? Sarebbe auspicabile, ma sembra di difficile attuazione. Naturalmente qualche accorgimento si potrebbe già ipotizzare, ad esempio cercando di organizzare corsi di formazione per gruppi omogenei, con aspetti teorici di supporto reale a quelli pratici, con tempistiche che prevedano possibilità di esercitazione, riflessione, programmazione assistita…  Tutte situazioni che, ovviamente, in una idea di reale formazione abbisognano di risorse, investimenti, lungimiranza…

Nel frattempo non mi preoccuperei troppo; ci sono delle realtà bellissime, la formazione sta comunque  lavorando sempre più in direzione dell’auto-formazione e della ricerca-azione, nelle quali il ruolo del formatore è quello di un supporto utile ad approfondire la consapevolezza didattico-disciplinare, ad es. con momenti di programmazione assistita per far emergere gli aspetti strutturali delle proposte didattiche ipotizzate e/o realizzate. In questo modo gli insegnanti possono capire meglio come “staccarsi” da un’eccessiva preoccupazione sui contenuti -uno stesso “schema di percorso” è utilizzabile con diversi contenuti- anche se ovviamente i contenuti sono parte integrante e fondamentale dei percorsi! (Si noti che nelle Indicazioni Nazionali, a proposito delle competenze digitali, si dice testualmente: “le tecniche e le competenze diventano obsolete nel volgere di pochi anni. Per questo l’obiettivo della scuola […] è quello di formare saldamente ogni persona sul piano cognitivo e culturale”)

Tuttavia le maestre (e non uso a caso il femminile: nei corsi che ho tenuto per centinaia di docenti, posso contare su una mano gli insegnanti maschi) sono bravissime a usare la loro competenza musicale di base per far sì che la musica sia non solo una disciplina da insegnare ma diventi a sua volta anche una strategia metodologica per le altre discipline.  Ho visto docenti della primaria insegnare a leggere a ritmo, evitando problemi di ortografia   (una buona pratica perduta tra le montagne del trentino e non arrivata all’università?), insegnare a contare e a memorizzare le tabelline attraverso le filastrocche, insegnare a dare un senso al linguaggio verbale e a cogliere le regole grammaticali della costruzione di un discorso attraverso la lettura espressiva… Le ho viste inventarsi un sacco di attività utilissime alla consapevolezza spaziale nelle attività musicali sensomotorie, allo sviluppo di una consapevolezza temporale (prima dopo, contemporaneamente) nella scrittura di partiture informali, allo sviluppo della capacità di ascolto dell’altro e del sé nel passarsi un suono, al capire che ci sono delle regole da rispettare nella costruzione di una forma dipinta e poi sonorizzata… Insomma, come disse qualcuna delle corsiste nell’ultimo incontro a Firenze: “vista così bisognerebbe allora fare sempre musica, perché con la musica possiamo insegnare un sacco di cose!”. E su questo, direi che non c’è alcun bisogno di formazione, perché la maggior parte delle insegnanti già sa come farlo, a chi proporlo e perché…

Quindi fatelo, continuate a farlo, e non preoccupatevi troppo, ok? Buon lavoro a tutte!

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Corsi in conservatorio

L’articolo sulla memoria è quasi pronto… Ma non vorrei scriverlo in due puntate e quindi lo lascio in bozza, penso che un altro paragrafo sia sufficiente ma devo poi rileggerlo e fare gli ultimi assestamenti.

Nel frattempo vi lascio qui il link alla bacheca interattiva che ho creato su Padlet.com, dove ho inserito tutti i link alle presentazioni dei corsi che tengo in conservatorio create su PREZI:

e il nuovissimo corso di

Mancano ancora i calendari e gli orari, la cosa più difficile!

Visto che c’ero vi ho aggiunto anche il Pow-toon che ho creato con i consigli per prepararsi agli esami e un file sulle norme di comportamento. Sì, in effetti questo padlet non ha l’aria ordinata… Ma pazienza, un po’ di movimento ogni tanto non guasta!

Insomma non ho completato l’articolo della memoria perché sto anche lavorando, e vorrà dire che l’articolo sulla memoria se non esce entro settembre uscirà a ottobre. Ma tanto a voi va bene lo stesso no? Ricordatevene! 🙂

Piano piano

“Qui si sente il ricomincio” mi dicevano i bambini, quando si giocava a ricordarsi com’era fatta una breve danza, vissuta in realtà come gioco motorio sulla musica. È straordinario come in età infantile, molto prima delle capacità cognitive vere e proprie, sia possibile realizzare una semplice analisi basandosi sulle capacità percettive e sulla memoria: ovviamente con brani brevi-brevissimi, attività ripetuta giocosamente e gioiosamente tante volte -ma nell’infanzia la ripetizione non è mai un problema!- e caratteristiche formali basate su contrasti davvero evidenti. Ecco perché nel libro Didattica dell’ascolto nella scuola di base c’è un capitolo dedicato alle attività sui Contrasti: Suono /Silenzio, Forte/Piano, Staccato/legato, Lento/Veloce, Lungo/Corto Alto/Basso. Ci sono degli esempi di attività nel DVD allegato e anche le schede illustrate da colorare che si possono scaricare. Attività che nel terzo capitolo, dedicato alla forma, viene in qualche modo ripresa e “sfruttata” per cogliere i principi costruttivi principali, che si basano proprio su aspetti percettivi: il contrasto, la ripetizione e la variazione.

E voi lo sentite il “ricomincio”? Chi ha a che fare con il mondo della scuola di sicuro! Ecco perché non potevo non “ricominciare” ricordandovi di acquistare il libro… 🙂

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Per me il “ricomincio” è proprio settembre, forse perché è il mese in cui sono nata e quindi  in qualche modo sì, si parte un’altra volta.

Non è sempre stato così. Non sono vecchia-vecchia ma la mia generazione ha avuto la fortuna di godersi nella propria infanzia l’estate di settembre. Il mio inizio settembre dei ricordi profuma di mare, uva fragola e pannocchie arrostite… Solo in ottobre si andava a scuola, quando già si indossava il cappottino, sotto le scarpe crocchiavano le foglie ingiallite, l’aria odorava di castagne e l’ombrello era spesso a portata di mano. Sì perché allora avevamo le quattro stagioni!

Ma per me settembre ricomincia perché a un certo punto arrivano puntuali le parole del poeta: “Settembre, andiamo“. Sarà capitato anche a voi di avere… una poesia in testa? Beh, questa forse è la mia preferita e le ho dedicato un post proprio l’anno scorso (potete andare a rileggerlo cliccando qui). Un invito dolce a ripartire, a ricominciare. E così piano piano (anche se ancora col cuore a pezzi: ora più che mai sento la mancanza di aver perduto una persona tanto importante!)  metto un po’ in ordine le cose, la casa e la testa.

riordinare-la-casa_N1Eh già, chi riesce a farle le pulizie di primavera? Impossibile! Lavare le tende e sistemare le scartoffie accumulate in libreria e nei cassetti è lavoro da fine agosto-inizio settembre, che a volte si prolunga un po’, specialmente se si ridipinge o si sistema qualcosa che giace lì da mesi, e finalmente si decide anche di buttare via e di far spazio alle cose nuove.

A me non riesce bene prendere una stanza e “farla di fondo”, come alle brave padrone di casa, è molto raro che mi accada. Piuttosto lavoro piano piano, con calma, uno scaffale per volta, un cassetto per volta, prendendomi il tempo di vedere cosa c’è, togliere tutto, pulire, analizzare, selezionare, scegliere, sistemare. Alcune cose devono tornare al loro posto, per altre è arrivato il momento di cambiarlo o di salutarsi. Un modo di prendersi cura di sé e dell’ambiente in cui si vive, di volersi bene, senza per questo dover arrivare al minimalismo essenziale privo di qualsiasi cosa possa essere definita “superflua”, com’è proposto in qualche libro sull’ordine della casa. Se il superfluo è bello, ti fa sentire bene e non ingombra troppo… Perché no?

È così che impiego parte dell’estate, e in particolare di settembre. È così che quest’anno sto lavorando anche a questo blog e ai nuovi progetti personali e professionali.

aggiustare

Piano piano, una cosa alla volta.

Il blog si sta trasformando poco a poco.

Non mi sento ancora in grado di cambiare il template, lo lascio così, ci sono affezionata e mi trovo bene a lavorarci, e anche l’immagine di copertina continua a piacermi. La mia foto nei profili social (LinkedIn, Twitter e della fan page su Facebook) resta quella, anche se ho tagliato i capelli e sono un po’ diversa, così come la pagina del blog dedicata alle Notizie su di me.

Altre pagine sono leggermente modificate. Ho dato un volto nuovo a quella intitolata a questo blog, inserendo la descrizione delle categorie: così può essere più chiaro a chi mi legge cosa c’è (forse…). La novità del mio piano editoriale è la rubrica Parliamo di… che inizierà proprio dal mese di settembre con un articolo dedicato alla memoria. In questa rubrica vorrei sviluppare quest’anno alcuni argomenti legati all’apprendimento: memoria, attenzione, stili cognitivi, per iniziare. Per il resto il piano editoriale prevede di riprendere alcuni argomenti, personaggi e storie lasciati in sospeso da tempo. Anche se nel lavoro di riassetto, non escludo di prendere decisioni drastiche al riguardo… Ma non subito.

Più snella la pagina dedicata ai corsi nella quale entro ottobre troverà spazio anche il link al nuovo corso di Didattica della musica che terrò presso il conservatorio di Castelfranco Veneto nell’anno accademico 2016-17.

Immutata la pagina dei materiali, nella quale spero poter inserire presto qualcosa di nuovo, magari un’agile dispensa dedicata alla simbolizzazione attinente al corso di psicologia della musica.

Nuova la pagina dedicata alle pubblicazioni: non scrivo un granché ma quei due libri nei quali posso vantare qualcosa di mio pugno li pubblicizzo.

In cantiere una piccola ambizione: aprire un blog in spagnolo dove pubblicare qualche post in lingua. Ovviamente il problema è che la mia competenza linguistica è ancora piuttosto bassa, per quanto riguarda l’abilità scritta. Però quest’estate ho fatto una breve esperienza seguendo un corso e tutto sommato, a parte qualche strafalcione che mi è stato segnalato, ho trovato motivo di soddisfazione e incentivazione a proseguire. E ci sto pensando seriamente. In fondo quale miglior motivo di studiare grammatica spagnola ed avere uno spazio per esercitarmi tutto mio? Beh, su questo vi terrò aggiornati. In fondo posso contare su qualche amicizia e un’ottima profesora che mi aiuterà (spero).

Altre novità: oltre al nuovo corso in conservatorio – che affiancherà quelli abituali, tutti frequentabili anche come corsi singoli da studenti non iscritti– c’è un’idea per un nuovo corso dedicato ad insegnanti della scuola di base, ma per ora è solo un’idea. Se e quando si concretizzerà in progetto, beh, lo sapete: farò pubblicità a tutto spiano!

I “poteri magici” del fare musica: troppa politically correct in giro?

Mi sono un po’ stancata di ricevere articoli entusiasti che esaltano la musica come qualcosa di magico che favorisce lo sviluppo di un sacco di capacità e qualità e questo è un ottimo motivo per studiare musica, iscrivere i propri figli a scuola di musica e incentivare l’attività musicale… Il che naturalmente è verissimo, e il fatto che ci siano molti studi che lo confermano ci rende felici felici.

Però…

Non viene il dubbio anche a voi che si dovrebbe pensare anche al “come” si fa questa musica? Come viene proposta e/o come viene vissuta/percepita da chi la fa? Perché sicuramente la musica sviluppa aree del cervello e connessioni neuronali particolari- e un sacco di altre cose- ma se l’allievo ha la testa nel pallone, nel gioco del tablet o nella morosa, sviluppa poco… E se chi la fa fare propone attività ripetitive e noiose, o si porta in aula le proprie frustrazioni, alimenta poco… Chi vi sopravvive ha un suo interesse e una propria resilienza, chi non ce l’ha si dedicherà presto-presto al pallone/tablet/morosa… Sapevatelo (come si dice per fare gli spiritosi)!

In ogni caso: continuiamo a insistere perché la musica si faccia e si faccia bene e insegniamo a proporla bene (che non si fraintenda il messaggio).

Buona continuazione d’estate!

Il cabaret, Vivaldi e l’ascolto come gioco

“¿Os gusta el cabaré?”

Iniziava così una mia conversazione nella classe di spagnolo (chissà se avrò un giorno il coraggio di pubblicarla in lingua: non mi sento ancora abbastanza esperta da scrivere in idioma iberico), una conversazione nella quale ero stata invitata a cercare di raccontare qualcosa sull’ascolto della musica cosiddetta “classica”, intendendo con questa espressione la musica eurocolta dei secoli passati.

A voi piace il cabaret? A me sì. C’è un teatrino “punto Zelig” che frequento da anni, nel quale i bravi attori Monica Zuccon e Salvatore Esposito organizzano una bella stagione di cabaret. Il gradino della Café Sconcerto Sala Teatro ha visto passare noti e meno noti: quasi tutti i comici che poi sono diventati famosi nello Zelig televisivo sono passati di qua e li abbiamo potuti vedere agli esordi, insieme a quelli che non sono andati in TV ma hanno una loro bella carriera. Leonardo Manera, Dado Tedeschi, Daniele Raco, Domenico Lannutti, Francesco Foti (ex Cavalli Marci), tanto per citare i primi che mi vengono in mente, ma sono moltissimi! Così come attori più “nostrani”, che portano sul palco un cabaret più legato al territorio ma gustoso, spesso in dialetto, come  I PapuCarlo e Giorgio o Marco e Pippo-l’unico duo che è un trio.

Uno degli ultimi attori che ho visto recitare a Chirignago quest’anno, Henry Zaffa, si è raccomandato al pubblico di continuare a mantenere vivi luoghi come questo: il ritmo del teatro dal vivo, del cabaret dal vivo, è molto diverso da quello televisivo! Questi spazi consentono agli attori di non perdere il contatto col pubblico vero, appassionato, vicino.

Penso sia vero. In generale sarebbe preferibile, per quanto possibile, andare “nei luoghi deputati” a seguire il tipo di spettacolo/intrattenimento: un  film al cinema, un concerto in auditorium o in una chiesa, l’opera e la prosa nei teatri, etc.

Ma torniamo al cabaret: c’è quasi sempre in questo tipo di spettacolo almeno un momento in cui il pubblico è invitato a partecipare direttamente. Il divertimento sta tutto lì: partecipare, ridere di quello che si sta facendo, lasciarsi andare. Provate a guardare questo video, preso proprio da uno spettacolo dei Cavalli Marci: Alessandro Bianchi – Il Ballerina, nel quale l’artista imita un coreografo che invece di insegnare dei passi di danza, coinvolge il pubblico per realizzare un “paesaggio sonoro” dal titolo Al mare, riferendosi ai suoni-fantasiosi o verosimili, non ha importanza- emessi dai gabbiani, dalle alghe e dal transatlantico.

Beh immaginate qualcosa di analogo per rappresentare la primavera:

Gruppo 1: “È primavera, tutto è allegro e leggero, evviva!”

Gruppo 2: imita il canto degli uccellini.

1: “Evviva!”

Grupo 3: imita il suono dell’acqua dei ruscelli.

1: : “Evviva!”

Grupo 4: imita il temporale

1: : “Evviva!”

2: imita il canto degli uccellini.

1 “Tutto è allegro e leggero, evviva!”

Buffo, vero? Eppure è quello che in un certo senso ha fatto Antonio Vivaldi nel primo tempo de La Primavera. Solo che Vivaldi invece di fare il comico e coinvolgere il pubblico nella descrizione di alcuni aspetti della stagione, faceva il compositore e aveva a disposizione un’orchestra d’archi. Scrisse quindi questo suo Concerto per violino e orchestra cercando di imitare i suoni della natura descritti in un testo letterario, un sonetto, che forse ha scritto lui stesso.

Spesso questo brano piace all’ascolto perché evoca immagini e sensazioni di leggerezza e tranquillità, non necessariamente legate alla primavera. Inoltre, come avete visto nell’ipotetico copione pensato per quattro gruppi di un immaginario pubblico, il brano contiene delle ripetizioni, che sono facilmente riconoscibili e danno, per così dire, un senso di “sicurezza” a chi ascolta. Questi richiami a quanto udito all’inizio, che tornano dopo brevi episodi, consentono all’ascoltatore quasi “di ritrovarsi”. Ricordiamoci che la musica si svolge nel tempo, e solo la nostra capacità percettiva e mnemonica riescono a darle un senso, all’ascolto. Dunque il “piacere di ritrovarsi”, sebbene inconscio, può far apprezzare il brano stesso. Altre volte ancora, ascoltando, ci si muove dondolando quasi impercettibilmente: il dondolamento è un movimento ripetitivo che ci fa stare bene.

Queste modalità di ascolto (il movimento, seppur accennato, l’evocazione di immagini o sensazioni, il riconoscimento di ripetizioni o strutture musicali) sono le stesse che utilizzano anche gli ascoltatori che non apprezzano questa musica: magari La primavera annoia perché è troppo tranquilla o ripetitiva, o il timbro degli archi non piace.

Queste modalità di ascolto, secondo gli studi, sono anche le stesse che caratterizzano i nostri giochi infantili: movimenti, ripetizioni, “far finta di…”. Insomma: in un certo senso potremmo dire che ascoltare musica assomiglia un po’ a giocare! Interessante vero?

Se volete saperne di più potete andare a leggere l’Introduzione al libro Didattica dell’ascolto nella scuola di base, dove parlo anche di questo. Potete trovarla cliccando qui.

Grazie Roma…

Ok, il titolo non è originale, ma desidero ringraziare pubblicamente tutti coloro che si sono adoperati per l’organizzazione e la buona riuscita del corso che si è tenuto ieri a Roma, e tutti i partecipanti, davvero attivi e interessati, che hanno reso agevole il lavoro di noi formatori.

So già che dimenticherò qualcuno, ma in quest’occasione tutto lo staff della Progetti Sonori si è adoperato moltissimo. Ringrazio quindi Giulia, Elisa e Annamaria, che si sono occupate di molte cose; Emanuele, Giulio e Lanfranco -il boss- che ho avuto il piacere di conoscere personalmente, la cui accoglienza, generosità e simpatia avevo già potuto apprezzare telefonicamente ma vis á vis è indescrivibile.

Tutti coloro che hanno consentito lo svolgimento del corso presso una sede bellissima! Qui potete ammirare uno scorcio del pavimento e del soffitto della sala dove abbiamo lavorato, protetti da lastre, e lo scalone d’ingresso: che ne pensate?

E i nostri corsisti, dei quali certamente mi sfugge qualche nome, in questo momento, ma in ordine sparso direi Arianna, Cristiana, Marzia, Giampiero, Felice, Santo, Simona, Sara, Sara, Andrea, Elena, Sonia, Maria Luisa, … Sì, lo so, mancano quei tre nomi che ho sulla punta della lingua, ma ben presenti i vostri volti sorridenti..  Spero di riuscire a farmi perdonare con qualche scatto in cui siete all’opera.

E naturalmente Gaetano, coautore e conduttore di molta parte di questo corso, ben costruito, armonizzato e guidato in modo efficace.

Come sempre in queste occasioni, la ricchezza dell’esperienza va oltre i contenuti proposti  e si ritrova nell’esperienza viva, fatta di persona da chi partecipa, nell’occasione di riprendere confidenza con il proprio corpo, le proprie emozioni e poterle condividere, insieme a dubbi, incertezze, difficoltà concrete che si incontrano nel fare scuola quotidiano. Ma anche insieme ad esperienze belle, ai propri alunni che sono la vera ricchezza di questo lavoro.

In ordine sparso direi che alcuni aspetti focali emersi possono essere riassunti nei seguenti punti:

  • in un corso di formazione, così come nella lettura di guide didattiche, posso arricchirmi di spunti pratici e prospettive, in qualche caso -come in questo- supportati anche da sostegni teorici seri e ormai appartenenti alla pedagogia musicale. Tuttavia sono sempre io a dover mediare con la realtà scolastica in cui opero, e per farlo dovrà chiedermi: è possibile per me, oggi, con questi gruppi di allievi proporre alcune di queste attività? Quali? Come (nello stesso modo o variandole, e in questo caso, come e perché)? Insomma: alla programmazione didattica non si può sfuggire, non ci sono scorciatoie: deve farla proprio l’insegnante!
  • A proposito di programmazione: d’accordo, poi si deve scrivere in “pedagogese”, ma non è molto più semplice utilizzare le domande chiave chi, cosa, come, quando, perché, dove (di questo avevo già parlato un po’ anche qui)?
  • Le possibilità che offrono le cosiddette attività espressive, non solo a livello disciplinare, ma anche come strumento metodologico, sono infinite, e consentono a molti allievi di esprimersi con modalità diverse dal mero nozionismo richiesto ancora troppo spesso. Ciò non toglie la necessità di dover insegnare anche nozioni:  i nostri giochi musicali, banalmente, possono servire a imparare a definire la velocità, la dinamica, le altezze… Ma le modalità utilizzate sono molto più importanti delle parole che alla fine le sintetizzano.
  • L’uso del corpo e della comunicazione non-verbale sono uno straordinario mezzo di relazione interpersonale, la cui presa di coscienza può aiutarci a condurre le attività in modo diretto e senza troppe spiegazioni, sfruttando al meglio le energie presenti nel gruppo.
  • Se come insegnanti ci fidassimo di più delle capacità dei bambini, del fatto che non sono così sovrastrutturati come noi; se riuscissimo a non decidere noi come potrebbero sentirsi e ci lasciassimo andare, osando metterci alla prova e a proporre attività e repertori “diversi” da quelli che conosciamo, utilizzati spesso solo per abitudine, la nostra vita scolastica potrebbe essere apparentemente un po’ più faticosa ma molto più gratificante e piena di energia!
  • Chi lo dice che non si possa iniziare la giornata con attività di movimento e musica, come una bella attività di presentazione, di saluto o di spostamento dei banchi per fare spazio? E perché non inventarsi momento musicali, anche per andare a prendere oggetti necessari allo svolgimento di attività, come sonorizzare l’andatura dei compagni? In questo modo, così come nell’uso della comunicazione non verbale, costringiamo bambini e ragazzi all’attenzione!
  • Chi lo dice che ragazzi vivaci non possano imparare a controllarsi, favorendo l’uso del corpo (è anche un modo per conoscerlo!)?

Molto altro è emerso, di positivo e interessante. E anche meno: ma sulle strutture fatiscenti, il poco spazio a disposizione, l’ingerenza delle famiglie, la sordità dei Ministri non è proprio il caso di soffermarsi.

Di nuovo grazie e, tanto per essere banali dal titolo alla fine: arrivederci Roma!

È on-line il programma del corso

È on-line il programma del corso “La didattica dell’ascolto nella scuola di base” che terrò a Roma insieme a Gaetano Cucchia. Cliccate qui!

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