Effetto sorpresa

“Con Clown Lola ci hai veramente spiazzate!” è stato uno dei primi feedback ricevuti da alcune corsiste. Certo, aspettarsi la “prof di pedagogia musicale” e ritrovarsi una clown!

E voi, usate l’effetto sorpresa nella vostra didattica?

imagen-animada-caja-de-sorpresas-02

Probabilmente sì. Tutte le volte che i vostri alunni/allievi/scolari/studenti/corsisti/ partecipanti alle vostre lezioni/incontri/corsi si aspettano qualcosa e ne accade un’altra voi lo usate, ricorrendo felicemente a un dispositivo che garantisce, sempre: sorpresa, meraviglia, quindi curiosità, quindi motivazione, quindi attenzione e partecipazione. Ergo: se la vostra proposta è ben congegnata avete tutte le carte in regola perché lasci il segno, tiri fuori l’entusiasmo -e non solo- e quindi favorisca l’apprendimento. Quello vero.

Due piccoli esempi che sono emersi parlando con le corsiste:

  • Oggi la maestra è senza voce: cerchiamo di capirci comunque, ricorrendo alla comunicazione non verbale.
  • Questa mattina la maestra fa lezione cantando.

Perché non fare diventare la sorpresa una vera e propria ambientazione, per inserirvi le attività? Ad es.

  • Siamo tutti rimasti vittima del sortilegio del mago del silenzio, come potremo comunicare? Ovviamente alla fine si troverà una formula magica-musicale che riporterà anche i suoni, la voce e le parole. Ma esiste davvero il silenzio? La ricerca del silenzio è uno dei giochi più appassionanti per piccoli esploratori armati di registratore, o semplicemente delle proprie orecchie, che alla fine della ricerca – e talvolta sconsolati – devono ammettere che in realtà quando sembra esserci il silenzio, c’è sempre qualche rumore/suono nell’aria!
  • La fata canterina ci fa un incantesimo che dura una settimana/un mese: ogni lezione per dieci minuti possiamo solo comunicare cantando. Quale occasione migliore per sviluppare la competenza melodica orale? Come si canteranno le domande? E le risposte? Funziona ugualmente nella musica? Cerchiamo qualche esempio nel repertorio che conosciamo.

Ancora:

  • Oggi vorrei far suonare gli strumenti ai miei alunni: mi aspetto già un gran mal di testa nel momento in cui devo distribuire gli strumenti! Sorpresa: gli alunni devono andare a prendere il proprio strumento dalla scatola/cesta/armadio/angolo uno alla volta, inventando un modo buffo di camminare. Il resto della classe sonorizza con la voce la sua andatura. Al ritorno l’alunno esegue con lo strumento scelto un proprio modulo ritmico per presentarsi agli altri che ascoltano. Attività conseguente: man mano che il numero di strumenti aumenta otteniamo improvvisazioni vocali-strumentali da parte del gruppo, alternate al “solo” di chi ha preso lo strumento. Ulteriori sviluppi: invece di continuare con le improvvisazioni, il gruppo può essere organizzato in sequenze ritmico-melodiche definite (dall’insegnante o da qualche allievo stesso, anche prendendo spunto da qualche formula che è particolarmente piaciuta), a cui le andature degli alunni si devono adeguare. Resteranno le improvvisazioni dei “soli”. Una volta che tutti hanno il proprio strumento in mano si prosegue con l’attività prefissata. Osservazioni: ci si mette troppo tempo? È vero, ma intanto abbiamo utilizzato un “tempo morto” per un’attività musicale. Sorpresa anche per noi docenti? Piace! (e intanto si esercitano).
  • Oggi invece di fare lezione, mi dispiace ma dobbiamo pulire l’aula. Sorpresa: spazzoloni e secchi diventano strumenti per eseguire sequenze ritmiche alla maniera dagli Stomp. Una carica di energia e un lavoro sul ritmo da riprendere al più presto. Intanto potete darci un’occhiata:

A volte le sorprese le riservano i nostri allievi: se ci sembra il caso, prendiamo spunto da loro osservazioni o racconti o qualcosa per regalarci un effetto sorpresa. Poi con la programmazione a posteriori, potremo inserire il tutto nel nostro percorso. Nel frattempo, evviva! Il coinvolgimento è assicurato!

Aprile, dolce dormire? Macché!

Ebbene, anche Pasqua è passata in un soffio, come l’avete trascorsa?

Eh già, nemmeno gli auguri ho postato, quest’anno.

Il fatto è che nel mio uovo la sorpresa è stata una brutta influenza e quando ho avuto un po’ di tempo mi sono dedicata a preparare qualche deliziosa leccornia per festeggiare come si deve. Così è andata e aprile, che per il proverbio porta con sé una dolce pigrizia e il calendario sembrerebbe confermare con festività e ponti, nel mio caso invece è un inseguimento a cercare di star dietro alle to do list che immancabilmente non riesco a rispettare. Il blog è il primo a subirne le conseguenze.

Ma non è un post di lamentele!

Ho avuto anche altre sorprese piacevoli, ad es. una bella recensione sul libro Didattica dell’ascolto nella scuola di base:

17917349_946647092145112_7003554540941353204_o

E anche il resoconto dell’editore: beh, qualche centinaio di copie è stato venduto ed è una bella soddisfazione!

Se non ce l’avete ancora, cosa state aspettando?

A presto, allora!

2017: si va a incominciare!

Come va coi propositi per il Nuovo Anno? E coi bilanci?

Personalmente non sono molto brava: le pianificazioni tendo a farle un po’ alla volta, quando se ne presenta l’occasione, anche se le più importanti arrivano a settembre come vi spiegavo in questo post. Forse perché sono di settembre e quindi per me l’inizio   di qualcosa di nuovo, del nuovo anno, coincide con il periodo in cui sono nata. A questo proposito in questi giorni mi è arrivata una foto simpaticissima, non so se è una pubblicità, ma l’ho trovata abbastanza vicina a quella parte di me egocentrica e snob… Che ve ne pare? 🙂

schermata-2016-12-29-alle-22-30-29

Comunque un po’ di bilancio lo posso fare e condividere.

Nel 2016 sono invecchiata di almeno vent’anni: così, in un colpo solo. Si vede, e non c’è crema antirughe che tenga. Ma soprattutto si sente. Cioè, io li sento questi vent’anni  in più sul groppone. Non è questione di essere più triste o rassegnata, anzi. In realtà, dopo un periodo in cui davvero le mie facoltà cognitive sono state un po’ in bilico, ho ripreso con un certo slancio i miei interessi, con un fattore “x” in più: quella “saggezza” che l’invecchiare ci dona, come si dice -probabilmente per autoconsolarsi. Così sono più “clemente” con me stessa, ma anche meno disponibile ad avere pazienza eccessiva con le situazioni difficili: non mi va di sprecare energie, e cerco di farne un uso migliore. Così mi è capitato qualche volta in più del solito di arrivare in ritardo o non rispettare le check-list della giornata, anche se non è mia abitudine: e il mondo non è crollato, e poi quello che dovevo fare l’ho fatto comunque. Inoltre ho deciso di non avere più voglia di spiegare per l’ennesima volta le cose a chi non vuole capire/ritiene di sapere già tutto, in modo pregiudiziale e presuntuoso, senza avere la capacità di ascoltare o di leggere davvero (ah, l’analfabetismo di ritorno è molto più diffuso di quanto si creda…). Il dover convincere qualcuno a tutti i costi, il dover dimostrare qualcosa (o, peggio, di avere ragione) non mi appartiene: lascio a chi ne ha bisogno la sensazione di primeggiare, di vincere la sua battaglia di Pirro. Lo facevo anche prima, ma ora mi riesce meglio. Purtroppo ci sono delle cose a cui tenevo molto che si stanno letteralmente sgretolando. Anche in questo caso non è facile, ma mi dedicherò ad altro: la vita ci riserva bellissime sorprese e possibilità di compensazione inaudite. Basti pensare a come si comporta il nostro corpo: quando qualcosa non funziona bene si attiva per bilanciare in qualche modo questo deficit. Non lo risolve, ma qualche altra parte del nostro corpo diventa più sensibile, si muove in modo diverso, si sposta… Ed è fondamentale anche nella vita, per quanto possibile, trovare modalità per riequilibrare frustrazioni e perdite. Piano piano, un po’ alla volta, come si riesce.

70b454da53b45518b41c1fb304244658

Nel 2016 per fortuna sono anche accadute delle cose stupende: a gennaio è uscito il libro scritto con Gaetano Cucchia, Didattica dell’ascolto nella scuola di base, edito dalla Progetti Sonori, editore che ha poi anche organizzato un corso di formazione a Roma. Personalmente ho molti riscontri positivi sulla pubblicazione, che mi caricano di entusiasmo! Grazie a ciò sto tenendo un corso anche a Firenze, organizzato dalla Rete Musica Toscana, che si concluderà l’11 febbraio prossimo. In questi corsi incontro sempre belle persone, curiose e desiderose di imparare, con le quali lo scambio di esperienze e saperi, arricchente e reciproco, è sempre intriso di emozioni. Ringrazio quindi tutti!

Nel 2016 ho anche continuato a studiare un po’ lo spagnolo -ma devo mettermi più seriamente: ecco un ottimo proposito da perseguire nel 2017! Ho seguito un corso on-line sulla progettazione didattica con le TIC tenuta dall’Università Tecnologica Nazionale di Buenos Aires.

schermata-2016-01-01-alle-19-47-44

Questo corso obbligava i partecipanti ad aprire un blog, in modo da pubblicare direttamente in rete i compiti assegnati di volta in volta, favorendo la valutazione tra pari e l’intervento dei docenti. Pur con parecchi errori, non essendo la mia competenza linguistica di alto livello (soprattutto in relazione alla competenza attiva, cioè alla  capacità di produzione scritta e orale -ma scrivere non è semplice neanche nella propria lingua materna), ho pubblicato tutti i miei compiti riscontrando una solidarietà tra i colleghi di corso davvero gratificante. Ho così conosciuto, seppure virtualmente, altre persone e curiosato tra diverse professioni, tradizioni culturali e luoghi ignoti. Sarà sull’impianto del blog aperto in quell’occasione che ho intenzione di sviluppare il “ramo” spagnolo di MusicistinsegnantI: ma ho bisogno ancora di un po’ di tempo, e mi servirà anche l’aiuto della mia profesora!

drae-23-edicion1

Per quanto riguarda MusicistinsegnantI è lì da qualche parte, in maturazione, il post “Solfeggio si/solfeggio no” che devo scrivere da tempo. Un argomento che volevo trattare subito dopo l’invito ricevuto da una scuola di musica dove ho ritrovato ex-studenti che hanno fatto proprie alcune proposte didattiche affrontate in qualche mio corso, e che ora utilizzano in quell’ambito. Un ambito interessante, di cui mi piacerebbe parlare in qualche modo. Vedrò come fare: magari attraverso un racconto? O meglio un piccolo saggio, una riflessione a voce alta, un articolato di cronaca? Non lo so ancora.

Giacciono in attesa di prendere vita anche il post sull’attenzione e la dispensa di psicologia della musica sulla simbolizzazione. Per ora non riesco a fare programmi oltre a questi. Chi mi segue sa che poi spesso scrivo altro, in base al momento. Ma il tempo è sempre tiranno, quindi preferisco scrivere poco ma con più attenzione. O almeno provarci.

Come dicevo sono diventata più clemente con me stessa e questo mi dà moltissima serenità. Quella serenità che auguro accompagni anche voi in questo 2017, auspicando che diventi spesso anche gioia, allegria e felicità!

Ascoltando ascoltando… Dalle teorie alle pratiche

Sì avete letto bene, stavolta parto dalle teorie. In fondo dove lavoro mi sento sempre dire che sono una teorica (ma quando mai qualcuno è entrato in aula a vedere cosa faccio? mah…). E comunque, è vero: attraverso attività pratiche e discussioni di gruppo i miei studenti dovrebbero cercare di fissare alcuni aspetti strutturali dell’insegnamento della musica. Non dico apprenderle: ormai con corsi mordi-e-fuggi è impossibile parlare veramente di apprendimento (sic!). L’apprendimento vero, infatti, necessita di studio, approfondimenti, riflessioni, rielaborazioni personali, capacità di trasferire quanto imparato in diverse situazioni… Ovvero di tempo -come si dice: l’apprendimento è un processo, non un evento!

Ma non divaghiamo: un po’ di teoria non guasta! In fondo le teorie aiutano a sistematizzare i pensieri e le azioni, a dargli un nome, una logica, dei criteri di lettura…

In questo post cercherò di rispondere a chi mi chiede: perché non avete inserito nel libro Didattica dell’ascolto nella scuola di base la teoria di Stefani?

Schermata 2016-09-02 alle 16.30.59Ci avevamo pensato in effetti e, a onor di cronaca, devo dire che la reticenza è stata da parte mia, che dovevo curare, appunto, la parte teorica. Il fatto è  che le proposte operative che avevamo in mente, e abbiamo poi inserito nel testo, sono diversificate e varie e poggiano su modalità di ascolto che rispondono meglio a quanto descritto da Delalande. Ma né Delalande, né Stefani hanno ipotizzato una teoria sull’ascolto musicale, o una teoria sulla didattica dell’ascolto. Quindi cerchiamo di fare un po’ di chiarezza.

 

Stefani: musica come linguaggio e competenza musicale

Gino Stefani si occupa della musica come linguaggio: il che comporta, di per sé, una produzione di senso. Questa prospettiva dà per acquisito il superamento della famosa diatriba ottocentesca tra i fautori della musica che basta a se stessa, e chi invece riteneva quasi necessario il riferimento a qualcosa di extramusicale, come un testo, un titolo, un’immagine… Nel saggio di Stefani Una teoria della competenza musicale (G.Stefani, Il segno della musica, Sellerio, Palermo, 1987) ripreso quasi per intero in La competenza musicale (G.Stefani, Musica: dall’esperienza alla teoria, Ricordi, Milano, 1998), la ricerca dell’autore parte dal dare per scontato che, si voglia o no, il linguaggio musicale proprio in quanto linguaggio, è produttore di senso: chi fa musica può attribuirgli un significato intrinseco alla sintassi e alla grammatica che lo caratterizzano, tuttavia non di rado per imprimere un determinato “carattere espressivo” alla composizione o all’esecuzione di un brano ci si aiuta con riferimenti esterni: immagini, sensazioni, evocazioni… E chi fruisce dell’opera musicale tende facilmente ad attribuire un significato a ciò che ascolta.

Come avviene per il linguaggio verbale, la produzione di senso avviene all’interno di un determinato contesto culturale. Impariamo a parlare una determinata lingua e ad attribuire significato alle parole perché viviamo immersi in una determinata società, così come apprendiamo le prime basi grammaticali in modo inconsapevole, attraverso un quotidiano percorso di “acculturazione” mediante il quale, ad es., siamo in grado fin da piccoli di costruire frasi di senso compiuto, con una corretta costruzione (soggetto, predicato e complemento) e la modalità espressiva adeguata (l’intonazione ascendente di una frase interrogativa). Questo saper-fare e sapere inconsapevole sono definiti in campo linguistico “competenza”. Si parla ormai da decenni del “bambino competente” (da Bruner a Juul, per dire), riconoscendo che quando andrà a scuola non è la tabula rasa che si pensa, ma è già una lavagna su sono scritte molte cose, un vaso già riempito ampiamente, un ideatore-inventore. Questa competenza “generale” non si riferisce solo al linguaggio verbale, ma a molti argomenti e linguaggi, tra cui ovviamente la musica.

«Pensiamo alla competenza in senso generale, che comprenda il sapere e il saper fare e il saper comunicare: in sintesi come la capacità di produzione di senso mediante e/o intorno alla “musica” nel senso più lato, ossia a tutta quell’immensa ed eterogenea massa di pratiche collettive e di esperienze individuali che implicano i suoni e che in occidente siamo soliti mettere sotto quel denominatore comune; “musica” quindi senza discriminazioni, in modo assoluto. La nostra domanda è dunque: in che modi la cultura euroccidentale produce senso con la musica?»

Chiarito il tema della ricerca Stefani spiega come ha elaborato il suo Modello della Competenza Musicale generale, o comune. Comune a tutti: sia a chi vive la musica in modo “normale” all’interno della propria vita, cioè possiede una competenza “popolare”, sia a chi vive la musica come qualcosa di molto importante o addirittura a livello professionale, e quindi possiede una competenza “colta”. La produzione di senso mediante (cioè facendo musica) o intorno alla musica (ossia ascoltandola) si può analizzare secondo Stefani sulla base di cinque livelli, dal più generale-antropologico (legato alla sensorialità e ai principi logici di base), al più specifico (attribuendo un’identità all’opera), passando per le pratiche sociali, le tecniche musicali e gli stili, come illustrato qui di seguito riferendosi espressamente all’ascolto:

schermata-2016-11-30-alle-16-55-25

schermata-2016-11-30-alle-16-55-33

schermata-2016-11-30-alle-16-55-41

schermata-2016-11-30-alle-16-55-52

schermata-2016-11-30-alle-16-55-59Nella prima stesura del saggio Stefani tenta di analizzare questi livelli dapprima in senso gerarchico, osservando che chi ha una competenza specifica, come i musicisti, tenderà a privilegiare nelle produzioni di senso (che possiamo definire “interpretazioni”) i livelli più elevati, mentre chi non possiede una competenza specifica/specialistica tende ad utilizzare i livelli più bassi:

schermata-2016-10-18-alle-12-27-24schermata-2016-10-18-alle-12-27-30Tuttavia già in questa prima stesura l’autore trova più interessante il tipo di relazione che si svolge intorno all’oggetto musicale. In questo modo si possono comprendere diversi tipi di competenza, come ad esempio quella amatoriale che si muove sui livelli intermedi.

teoriastefani_2

Nella stesura del ’98 l’idea gerarchica, che già sembrava limitante all’autore, scompare completamente, riuscendo a evidenziare meglio che la teoria è pensata per livelli non in senso gerarchico ma dal generale al particolare:

teoriastefani_1

Utilizzando questa teoria nella pratica dell’ascolto musicale si privilegia quasi esclusivamente una fruizione di tipo semantico,  in cui si dà un significato a ciò che si ascolta. Sono le situazioni in cui si può chiedere agli allievi: A cosa vi fa pensare questa musica? Se questa musica raccontasse una storia, cosa racconterebbe? Se doveste disegnare questa musica, cosa disegnereste? Se questa musica descrivesse dei personaggi, come sarebbero (tratti somatici, abiti, carattere, …)? Dove si potrebbe ascoltare questa musica (chiesa, stadio, teatro…)? Secondo voi questo brano è antico o moderno? Definireste questo brano triste o allegro? Ecc.

Tuttavia nessuna attività didattica significativa si può fermare all’interpretazione, ma abbisogna di relazionare le associazioni evocate con le strutture musicali: solo così infatti è possibile giustificare interpretazioni anche molto diverse di uno stesso brano, e solo così si potrà parlare di apprendimento. L’attività di ascolto semantico è invece stata spesso fraintesa. Proposta tradizionalmente come modalità attraverso cui era assolutamente necessario riferirsi all’interpretazione voluta dal compositore (per cui ad esempio la Primavera di Vivaldi doveva essere disegnata o descritta come “primavera”, e se qualcuno ci avesse sentito qualcosa di diverso, apriti cielo!), con la conseguente limitazione del repertorio al solo repertorio di musica “a programma” o “descrittiva” ritenuta “più facile da ascoltare per la competenza popolare” -e quindi in una direzione completamente opposta a quanto dimostrato dalla teoria di Stefani. Oppure, al contrario, proposta come attività “creativa” (ma in realtà ricreativa) secondo cui si poteva raccontare o illustrare qualsiasi cosa: fermandosi lì, per cui il lavoro- tutt’al più adatto ai bambini della scuola dell’infanzia- rimaneva costretto a mero stimolo all’ascolto, cioè “sempre meglio che non fare niente di musica” (questo perché non si sapeva come proseguire o come motivare che ad es. qualcuno associasse a un brano immagini legati alla tristezza e qualcun altro alla serenità se non addirittura all’allegria: com’era possibile la presenza di evocazioni contrastanti all’ascolto di uno stesso brano? Per non parlare di chi, trovando assurda questa attività, in quanto la musica appunto basta per esprimere se stessa, non  si poneva certo questioni sull’utilità di una didattica dell’ascolto proposta in questo modo, ma trovava comodo impegnare gli allievi in qualcosa che poteva facilmente essere passato come attività in linea con slogan pedagogici moderni, come “l’espressione del sé”). Ciò che spesso è mancato in questa falsa didattica dell’ascolto è il fondamentale momento della problematizzazione. L’interpretazione del brano deve essere infatti solo il punto di partenza per cercare di capire e conoscere. Perché questa musica ci fa pensare a queste cose, evoca queste situazioni, emozioni, personaggi, abiti, luoghi, momenti storici? Che cosa c’è nella musica che ci suggerisce queste evocazioni? Cosa nello stesso brano può essere associato alla tristezza e cosa, invece, alla serenità o all’allegria? Di conseguenza a partire da una riflessione o discussione più analitica si possono innescare i momenti di spiegazione: questa musica ci fa pensare alla chiesa  perché ha queste caratteristiche, infatti certa musica “da chiesa” si serve di …(questi timbri, queste scale, ecc.).  Questa musica può essere percepita come triste perché ha queste strutture/tecniche che si chiamano…(scala minore, ritmo lento, suoni gravi o discendenti…). Ecc. Naturalmente i lavori che hanno illustrato questi fondamentali momenti didattici sono moltissimi e alcuni li trovate citati nella bibliografia del libro Didattica dell’ascolto nella scuola di base edito dalla Progetti Sonori.

Nel momento di scegliere lo sfondo teorico volevo quindi sia evitare di ripetere teorie e pratiche già ampiamente descritte nel campo della didattica musicale, sia illustrare senza ombra di dubbio la necessità di riferirsi ad aspetti teorici che danno una motivazione più ampia e al tempo stesso particolareggiata delle modalità di ascolto spontaneo e di come possiamo riutilizzarle a scuola in percorsi di apprendimento reale,  significativo.

Delalande e la relazione uomo-musica

Come spiego nell’introduzione al libro (che potete leggere cliccando qui) Delalande ha cercato di approfondire la relazione uomo-musica, con uno sguardo che comprende al tempo stesso:

  1. aspetti antropologici: nella ricerca di universali in musica;
  2. aspetti musicali: nel nuovo concetto di musica/musiche introdotto dalla composizione nel Novecento (e in particolare la musica concreta che utilizza suoni e rumori per rielaborarli elettronicamente);
  3. aspetti psicologici: nel tentativo di applicare allo sviluppo musicale le fasi descritte da Jean Piaget.

Ne emerge una teoria in cui si ipotizza che i veri universali in musica siano le condotte musicali, simili alle condotte che consentono la relazione uomo-ambiente attraverso il gioco. Condotte che si attivano prima di tutto mediante l’uso del corpo (sensorialità e movimenti) portando alla produzione di musiche -nel senso più ampio del termine: in base ai movimenti che si fanno si ottengono effetti sonori diversi- e, nell’ascolto, utilizzando movimenti e gesti in sintonia con la musica. Condotte che sfruttano anche la nostra capacità immaginativa, nell’associare a immagini e sensazioni movimenti produttori di suono, caricati quindi significato, o nel collegare a brani che si ascoltano  evocazioni, emozioni, ricordi… Condotte che, infine, utilizzano la necessità di organizzare movimenti – e suoni ottenuti- in prodotti di senso, con l’uso di regole autoimposte, o conosciute mediante immersione in un contesto, quindi ancora implicite oppure già esplicitamente applicate: nell’ideare prodotti musicali originali, nell’eseguire prodotti d’autore, nel riconoscere tali regole all’ascolto.

2001-odissea-spazio-ego-05

In pratica la teoria di Delalande riesce a spiegare come l’essere umano si relazioni con il mondo dei suoni, come sia un bisogno per l’uomo creare musica, come queste creazioni prendano vita in base a organizzazione di movimenti, sensazioni, emozioni e vengano strutturate in grammatiche e sintassi differenti a seconda del gruppo umano che le crea e le fa proprie, dando origine a diverse forme di linguaggio musicale. Produrre musica significa dare vita a qualcosa di reale e concreto (pur nell’effimero della temporalità e temporaneità) di cui il primo fruitore è lo stesso ideatore/esecutore. Questa universalità può essere presa come idea di fondo che guida le attività didattiche, nelle quali si sfrutta la tendenza spontanea all’uso del corpo, dell’immaginazione e la necessità di organizzare i suoni in prodotti di senso o riconoscere nei brani un’organizzazione, una struttura. Nascono così le diverse proposte didattiche di cui nel libro sono riportati solo alcuni esempi, di sicura ricaduta e semplice rielaborazione in base al contesto in cui si lavora.

bimbo-con-bacchette-770x470

 Conclusioni

Per semplificare potremmo dire che per sviluppare la competenza generale acquisita attraverso l’acculturazione, iniziando quindi almeno quella prima alfabetizzazione del linguaggio musicale che è richiesta negli orientamenti programmatici della disciplina “musica”, è necessario in ambito scolastico proporre attività di produzione e ascolto collegate tra loro. Si lavorerà quindi per approfondire le competenze spontaneamente acquisite sul linguaggio musicale e -dove possibile o qualora necessario- rendere edotti i nostri allievi delle regole grammaticali e sintattiche del linguaggio musicale che usiamo nella nostra cultura: il sistema tonale. L’applicazione dell’ascolto semantico utilizzato da Stefani come modalità di ricerca sulla competenza musicale generale e adottato in ambito didattico come strumento che dall’evocazione (ascolto simbolico, per dirla con Delalande) porta alle strutture sonore che le hanno generate (ascolto di regole) non può prescindere dal fondamentale apporto dell’uso del corpo, che rimane lo strumento privilegiato di relazione con l’ambiente ancor prima della necessità di dare un senso a ciò che si tocca, si sente, si annusa… (sensomotricità). La teoria delle condotte, quindi, può essere messa in relazione con quella sulla competenza: ma la competenza si sviluppa attraverso le condotte! Ecco che la teoria delle condotte musicali risulta quindi un riferimento teorico più facile da descrivere, comprendere e declinare in proposte didattiche varie ed articolate.

Se avete avuto la pazienza di leggere tutto vi ringrazio:  i più curiosi saranno soddisfatti (?), i meno curiosi hanno qualche informazione in più. Comunque se comprate il libro è… tutto più pratico e semplice (provare per credere)!

Incontri sull’ascolto a Firenze

Sabato inizio un corso rivolto a docenti di scuola primaria selezionati dalla Rete Musica Toscana su un curriculum specifico, al fine di creare un gruppo di insegnanti esperti nella disciplina musica inseriti nell’organico d’istituto. Anche stavolta mi occupo di ascolto. Trovate il programma cliccando qui.

A presto!

schermata-2016-11-10-alle-22-49-04

È on-line il programma del corso

È on-line il programma del corso “La didattica dell’ascolto nella scuola di base” che terrò a Roma insieme a Gaetano Cucchia. Cliccate qui!

Schermata 2016-03-03 alle 16.56.11

Countdown…

IMG_5238

Ci siamo quasi… È iniziato il conto alla rovescia per l’uscita del libro!

Ieri sera ho trovato le mie copie omaggio e potuto constatare quanto già anticipato: è bello colorato, invita a sfogliare, curiosare, soffermarsi su immagini, colori, spartiti; a leggere le attività e le presentazioni; ad andare ad ascoltare nel cd la versione proposta del brano in elenco; a ballare; a provare qualche accompagnamento ritmico; a vedere sul DVD come sono “presi” i bambini nel fare musica!

Si intuiva già dalla versione informatica, ma sfogliare il libro in cartaceo, lasciatemelo dire, ha un piacere che è impagabile. Si torna bambini, è il piacere della percezione sincretica: si tocca, si sfoglia, si sente il rumore delle pagine, si gode dei colori, delle forme (la cura e l’amore messe dallo staff che ci ha lavorato nella casa editrice è veramente encomiabile e scalda il cuore degli autori), dell’odore della carta stampata, che sa di nuovo… Gli organi di senso sono tutti lì, insieme, a gustarsi “l’effetto che fa” unitamente all’emozione del “nuovo gioco”.

Ah, che bella soddisfazione, e che voglia di condividerla con tutti!

Vi inserisco l’immagine scelta per la quarta di copertina, per farvi venire la voglia di saperne di più!

A prestissimo!