Personaggi-guida e ambientazioni

 

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Eccomi qui nei panni di Clown-Lola, il personaggio che mi ha sostituita nella prima parte degli incontri a Treviso a causa di un fantomatico problema con i treni. Le corsiste sono state al gioco e per un’ora e mezza hanno partecipato attivamente, costrette a capire cosa dovevano fare interpretando i gesti della “supplente”, che non ha parlato quasi mai: si è concessa solo un “Clown Lola: oui il est moi” e poco altro (con una vocina stridula che ve la raccomando 😀 ).

L’uso di un personaggio-guida o di un’ambientazione non sono certo un’idea nuova. Soprattutto con i più piccoli questo dispositivo didattico consente una piena adesione al gioco simbolico e una partecipazione affettivo-emotiva che gli consente di calarsi nei panni dei personaggi, vivere insieme a loro le diverse avventure che gli accadono,  aiutarli, imitarli.

Gli esempi non mancano.

Ho conosciuto un sarto che fra le diverse avventure che propone una volta ha coinvolto i bambini di una scuola dell’infanzia nella ricerca della propria valigia piena di stoffe, raccontando loro di viaggi in paesi esotici per trovare la lana dei cammelli o delle pecore più pregiate, a cui si “fa la barba”. L’esperienza tattile e sensoriale al ritrovamento del bagaglio, era intrisa di tutte le conoscenze passate mediante i racconti. Un’esperienza unica e coinvolgente su un tema generalmente non affrontato a scuola: le stoffe!

Sarete anche voi a conoscenza del metodo simultaneo dell’Istituto Comprensivo Trescore Cremasco  pensato per l’apprendimento della letto-scrittura nei primi dieci-quindici giorni della prima classe elementare. Il racconto di una storia consente di svolgere diverse attività, comprese attività musicali, che introducono i bambini nel magico mondo delle parole e delle lettere che le compongono.

E che dire di quelle educatrici di nido che scelgono un’ambientazione per far giocare i loro cuccioli con i colori e i suoni, anche fantastici? Ricordo un’aula che nel giro di un mese è stata decorata con i colori del bosco (l’ambientazione scelta in quell’occasione), fogli e rami, disegni di animali; bottiglie e lattine appese e mosse dal “vento” fatto dai bambini, suoni vocali lanciati in un tunnel creato con giochi di plastica. Dopo qualche mese si lavorò invece all’ambientazione mare, ricreando colori e suoni di un luogo più aperto e solare. Analogamente, la vicina sezione dell’infanzia propose ai bambini anche suoni che evocano il rumore delle onde, riempendo i palloncini con la pastina, realizzando suoni del sole con triangolo e sonagli, mentre nel bosco erano apparsi legnetti  e fantasiosi tamburi della famiglia degli orsi.

I testi di didattica strumentale sono ricchi di personaggi-guida che illustrano passo-passo le nuove cose da apprendere o dove l’ambientazione invita a realizzare le attività (esempi: Thompson, Piano course, vol. I; Simoni, La tastiera incantata).

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Il mio preferito è il testo di Cristina Citterio, Al pianoforte senza le note, New media edizioni didattiche, 2006, nel quale il draghetto SolDo esplora lo strumento nelle diverse possibilità dinamiche, ritmiche, e le altezze, ponendo le basi per un percorso successivo più tradizionalmente inteso.

E Clown Lola?

Non si rivolge direttamente ai bambini, ma potrebbe anche farlo, o essere sostituito da un personaggio che meglio vi confà.

Clown Lola ha un trucco che evidenzia gli occhi e la bocca, potendo così porre in primo piano le espressioni mimico-facciali, necessarie per farsi capire.* Viene utilizzata quasi esclusivamente la CNV (Comunicazione non verbale): il che consente alle corsiste di partecipare attivamente, obbligandole a una grande attenzione e al silenzio (se sapete cosa significa lavorare con 30 maestre, mi capite) 🙂 !

Scherzi a parte, la possibilità di evitare la parola, favorisce la compartecipazione, anche affettivo-emotiva, in quanto tutto sommato fare le cose insieme a un clown è piuttosto divertente, anche se si lavora sodo!

Clown Lola saluta dicendo “HOLA!” (in effetti lo spagnolo le gusta muchísimo), fa fare la ola e quando si calma o termina qualcosa dice sempre “Oh, là!”…  E il gioco con le assonanze -e quel che ne deriva- potrebbe continuare: è questo gioco che ha dato origine al nome (ha il copyright, quindi vietato copiare!), come si usa fare spesso nei giochi di parole e nel teatro comico.**

Clown Lola ha portato le corsiste ad esplorare vari aspetti della musica: provare a cantare la stessa canzone con diverse emozioni (quindi interpretare utilizzando inconsciamente le “regole” musicali -simili a quelle del linguaggio verbale- legate a: agogica (velocità), dinamica (volume), uso di pause, timbro, scansione più o meno chiara delle parole/sillabe, etc.); ritmo (velocità, pulsazione in alternanza suono silenzio, cellule ritmiche semplici -utilizzando solo le suddivisioni del tempo semplice in rapporto 1:2); altezze (suoni alti/bassi; che salgono e scendono); intervalli (solo due: una terza maggiore discendente, ricavata dalla pubblicità della Ricola e quindi ben presente nell’immaginazione sonora di tutte, e una quinta ascendente: intervalli molto differenti, per lavorare così sul contrasto percettivo e favorirne la differenziazione). Attività di esecuzione per imitazione (cioè mediante l’oralità), di simbolizzazione, lettura e riconoscimento all’ascolto. Le coreografie sulle danze (due brani tradizionali USA col “mixer”, cioè il cambio partner), apparentemente solo ricreative, contenevano cellule ritmiche e consentivano di interiorizzare la forma basata su ripetizioni e contrasti.

Un “modo di fare” tipico delle attività proponibili ai più piccoli, ai quali non chiediamo di capire, ma semplicemente di giocare immersi nella situazione e di fare in modo da appropriarsi in maniera inconsapevole delle strutture di un linguaggio che verrano poi gradualmente esplicitate quando saranno più avanti, cioè avranno le capacità cognitive adeguate per farlo e anche la motivazione più indirizzata a divenire protagonisti della propria conoscenza. Ma di questo -affrontato nella seconda parte del corso- parlerò un’altra volta. Forse.

E con questa promessa incerta vi saluto e come farebbe Clown Lola:

Hola!

oooooooooola

Oh, là!!!!!!!!!

 

*: per il trucco e i consigli ringrazio moltissimo Monica Zuccon.

**: per gli spunti sulla costruzione del personaggio e le modalità di lavoro del teatro comico ringrazio moltissimo Domenico Lannutti.

Corso estivo

Ai primi di luglio mi trovate qui! Ci vediamo…

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Corsi di formazione (con domande)

Si è concluso il corso sulla didattica dell’ascolto che ho tenuto all’interno del progetto “L’ora di musica” organizzato dalla Rete Musica Toscana.

Come sempre in queste occasioni sono molto felice degli incontri e delle esperienze fatte, grazie alle persone incontrate e con cui è stato possibile fare un pezzettino di strada assieme. Incontri proficui e arricchenti, soprattutto dal punto di vista della varietà umana, e della varia umanità, nei quali persone che condividono le fatiche e la passione per l’insegnamento e per i bambini, pur in situazioni a volte davvero ai limiti del sopportabile, dopo una settimana in cui al lavoro scolastico (fatto di lezioni, riunioni, incontri con genitori, in qualche caso anche altri corsi, e compiti da correggere) e alle incombenze personali e familiari, si sono incontrate per tre sabati per fare qualche esperienza pratica, riflessione teorica, ipotesi di ricaduta didattica, sistematizzazione di un lessico “tecnico”, progetti di attività e percorsi, racconti di esperienze, intorno all’ascolto musicale. L’ascolto musicale inteso come  parte della disciplina “Musica” alla quale le Indicazioni Nazionali pongono come “traguardi per lo sviluppo delle competenze” al termine della scuola primaria: 1. la capacità di riconoscere gli elementi costitutivi di un semplice brano musicale e 2. la capacità di ascoltare, interpretare e descrivere brani musicali di diverso genere. Beh, spero che alle mie corsiste sia arrivato qualche spunto, ma soprattutto la consapevolezza di essere in grado di lavorare benissimo su entrambi questi traguardi.

In queste occasioni torno sempre anche a riflettere sul senso dei corsi di formazione/aggiornamento e non posso fare a meno di chiedermi: ha ancora senso farli? E, soprattutto, farli in questo modo? Questo pensiero non c’entra nulla con il corso appena finito. È una domanda che mi sono sempre posta, fin dal 1992, anno in cui ho tenuto il mio primo corso di “aggiornamento in servizio”, sempre di sabato, a una trentina di insegnanti arrabbiatissime con il loro Direttore (mi pare non si chiamassero ancora “dirigenti”) che, appunto, le aveva costrette a venire a scuola di sabato. Un bell’inizio, no? Un gruppo che per protesta con il proprio superiore non voleva assolutamente collaborare e partecipare attivamente. Una vera e propria “terapia d’urto” per la giovane formatrice entusiasta, che riuscì in qualche modo a stemperare l’atmosfera ostruzionista e contagiare con la propria voglia di fare qualcosa insieme con la musica anche le maestre più reticenti. Di lì ne sono seguiti a decine: dall’esperienza quinquennale per l’IPRASE trentino a Rovereto, a quella biennale -le “famose” per chi lavora nel mio campo, 200 ore di aggiornamento in musica- in collaborazione con i dipartimenti di didattica dei conservatori, a quelli più limitati (tra le 20 e le 8 ore) nei vari Circoli didattici (poi istituti comprensivi) e/o associazioni varie, sparsi per l’Italia, ma ovviamente soprattutto in Veneto, su tanti temi. E quella domanda ogni volta torna, mescolata alle immagini di tanti volti sorridenti per la soddisfazione di inventarsi una canzone anche senza essere “alfabetizzate”,  di imparare a “leggere” una pubblicità,  di cogliere il senso di un’aria d’opera anche se non in italiano,  di apprendere i primi rudimenti delle palline sul pentagramma… Ma anche a quelle di volti impauriti, o sconfortati, o preoccupati: di non essere in grado, di non essere all’altezza, di non capire, di non sapere, di non avere le idee chiare, di non fidarsi dei propri allievi, delle proprie capacità, di non sapere come portare avanti il discorso. Perché anche se non sono stati costretti ma lo hanno scelto consapevolmente, per crescere, per approfondire e sviluppare le proprie competenze di base, in molti casi gli insegnanti si trovano a fare i conti con le paure e le incertezze causate da quegli  imprevisti a cui non sanno dare risposte. Ad es. un giorno una insegnante raccontò di aver proposto ai bambini di “contare” le pulsazioni di una frase (ma perché poi? I grandi amano le cifre, diceva il Piccolo Principe –sic!) e lo propose diverse volte, finché gli alunni esplosero in un “Ma è noioso! Sono sempre otto, maestra!” E lei non seppe come reagire, né come portare avanti la proposta. Si stupì di venire a sapere che in realtà aveva scoperto una regola musicale generale. Ma non lo sapeva. Non aveva uno strumento fondamentale, che manca a molti di questi bravi e volenterosi insegnanti: una competenza musicale disciplinare. Cioè una competenza più approfondita e tecnica, sulla grammatica di base del nostro linguaggio musicale “materno” per così dire, il linguaggio tonale. Questo è un aspetto molto interessante, che si intreccia a molti altri.

La questione è difficile. E infatti non credo di essere in grado di portare avanti un vero e proprio articolo che abbisognerebbe di argomentazioni articolate e complesse, che non sono in grado di fare e che comunque andrebbero a toccare tanti, troppi elementi, difficili da declinare in un unico post e che scatenerebbero sicuramente una serie di commenti e controcommenti nei quali, temo, emergerebbe il peggio che ognuno dà di sé in queste occasioni, specie sui social (chissà perché i social sembrano essere il terreno più fertile dove ognuno si sfoga nel modo peggiore…). Mi è bastato dare un’occhiata a commenti e contro-lettere a quella dei 600 docenti universitari sulla necessità che la scuola riprenda in mano l’insegnamento dell’italiano. A commenti ed articoli pacati e argomentati, si sono aggiunti quelli scomposti e incivili, sui quali spiccavano, ai miei occhi, quelli che puntavano il dito sulla pedagogia: “è colpa della pedagogia che ci avete imposto voi universitari, in corsi in cui ci avete parlato di sviluppare le competenze degli allievi dicendoci che insegnare loro la grammatica era rimanere sui contenuti e quindi sbagliato! Adesso tenetevi gli allievi ignoranti: è colpa vostra!” (più o meno, la citazione è un assemblaggio di vari commenti letti qua e là:  come se la questione si giocasse 1. sulla necessità di trovare un’unica causa, 2. sulla necessità di utilizzare questo problema come motivo di rivalsa, puntato al peggio). Ora, liberi di pensarla come volete, se fra i pedagogisti e i formatori in cui siete incappati avete incontrato qualche incapace (e quindi avreste dovuto segnalarlo) che vi avesse davvero detto ciò, beh, dovevate bellamente ignorarlo: nelle Indicazioni Nazionali si parla esplicitamente di insegnare la grammatica, e in nessun testo di pedagogia si afferma il contrario (anzi si dà per assodato che le competenze si maturano attraverso dei contenuti, sui quali inevitabilmente si avranno nozioni e si costruiranno conoscenze e abilità non solo generali ma anche legate ai contenuti stessi dell’apprendimento).

Ma questa è un’altra storia.

Nella musica il problema è molto più profondo, perché sembra quasi non esserci una epistemologia chiara di che cosa si intende per “musica” a livello scolastico (o almeno questo è un dubbio che spesso gli insegnanti stessi sollevano ai corsi di formazione): eppure, oltre alle Indicazioni che qualcosa dicono, vi sono libri di testo e materiali -anche in rete- oltre a corsi davvero interessanti ed efficaci, che trattano contenuti e modalità di insegnamento della musica nella scuola. Dove fa acqua un progetto di formazione? Non lo so, anche se sulla formazione iniziale ci sarebbe molto da dire, così come sul reclutamento dei docenti: ma non ha molto senso qui.  Quindi sulla base di quanto constatato in molti anni di lavoro, provo a elencare in modo disordinato alcune questioni che mi vengono in mente:

  • L’atteggiamento culturale: la musica appartiene all’area espressiva e quindi culturalmente non viene associata ai saperi fondamentali. Sulla carta ha ricevuto la pari dignità, ma in pratica non è così. Un insegnante che ha poche ore in classi numerose sceglie di privilegiare le “discipline fondamentali”. È così da sempre: sembra che la possibilità di dedicarsi a ciò che non è “utilitaristico” (con buona pace della pedagogia dell’essere e compagnia cantante) sia un lusso che molti docenti ritengono di non potersi permettere, affannati a correre dietro a troppe problematiche -reali, eh- accavallate l’una sull’altra.
  • La particolarità della disciplina: la musica non è come la matematica, che abbisogna di un discorso lineare, perché se non ho chiaro il concetto di quantità non posso sommare o dividere le quantità, per dire. La musica la possiamo prendere da molteplici punti di vista e ci possiamo costruire miliardi di percorsi. E questo può dare un senso di incertezza: eppure basta scegliere. In fondo è quello che si fa anche con altre discipline: il lavoro dell’insegnante è decidere tra le molte opportunità quali siano più adeguate ai propri alunni, in un determinato momento. O quali possibilità il docente stesso vuole “provare” per vivere un esperienza musicale insieme ai propri alunni e imparare insieme a loro qualcosa.
  • La competenza disciplinare: la maggior parte delle insegnanti di scuola dell’infanzia e primaria possono contare su una competenza musicale di base, ma non su una alfabetizzazione che consenta di conoscere le regole della grammatica musicale, qualcosa di solido a cui aggrapparsi per imparare gli aspetti disciplinari  e le possibili didattiche che ne derivano. Per alfabetizzazione non si intende solo quella in senso stretto, ovvero la capacità di leggere le note, ma una competenza più ampia, legata all’organizzazione delle strutture musicali in contenuti di senso.
  • La competenza tecnica: al contrario, gli insegnanti che hanno studiato musica in modo approfondito, ne hanno spesso una visione eccessivamente tecnica e tecnicistica, che tende a limitare l’idea di musica alla mera esecuzione di repertorio predefinito (sulla base della formazione volta all’idea professionale dell’esecutore-interprete che viene privilegiata dallo studio in conservatorio). Il repertorio, la sua storia e la lettura delle note -il contenuto quindi- restano ancora al centro dell’idea di musica da proporre a scuola. A volte con una inadeguata competenza didattica, cioè utilizzando la stessa didattica che si usa in ambito professionalizzante con i bambini (e magari pensando che le note disegnate come fiorellini al balcone siano un modo “didattico” per insegnarli… ma sulla falsa didattica ci sarebbe da scrivere un’encicolpedia).
  • Pratica vs teoria? Ai formatori viene chiesto di proporre attività pratiche: sono belle, sono divertenti, sono facili da imparare, ricordare, riportare in classe. Ma qual è la loro struttura portante? A cosa servono? Perché proporle? Dove e quando? Un corso di formazione può far apprendere repertori, metodologie, attività che le insegnanti riportano in classe più o meno pedissequamente senza aver chiaro cosa stanno facendo, come, a cosa serve. Lo dimostra la domanda che spesso queste insegnanti pongono ai corsi: cosa devo scrivere su “obiettivi” se faccio questa cosa? In molti corsi non c’è tempo, in altri non c’è voglia. E quindi il corso di formazione non forma davvero: è una fucina di idee e repertori. Non sto dicendo che sia sbagliato, ma certamente questo non costruisce la consapevolezza necessaria all’insegnante in formazione, che a volte chiede addirittura il permesso del formatore: se faccio questo è giusto? Come se il formatore potesse conoscere tutte le variabili con cui l’insegnante in questione si relaziona: le dinamiche di gruppo, la relazione con quel gruppo, le abitudini, i bisogni degli allievi, le modalità con cui ha intenzione di proporre l’attività e le modalità effettive con cui la va a proporre…
  • Gruppi eterogenei: spesso il formatore si trova un gruppo, anche numeroso (ricordo un corso con 60 insegnanti in una palestra rimbombante, dove avevo insegnanti alle prima armi, insegnanti vicini alla pensione, insegnanti diplomati al conservatorio, insegnanti che nemmeno fischiettavano sotto la doccia) con provenienza diversa, non solo in riferimento alla competenza musicale (generale o più approfondita per interesse personale) o didattica (mai fatto didattica della musica, seguito 2.563 corsi di didattica della musica su di-tutto-e-di-più) ma anche in relazione al contesto educativo in cui opera. Siamo sicuri che proporre corsi in cui teniamo insieme il capo scout, la maestra d’asilo, il prof. di sostegno, l’insegnante di primaria e quello di secondaria possa essere efficace? Le aspettative sono diversissime, e le modalità di proporre le attività dovranno essere declinate dai docenti, che poi non sono sicuri di essere in grado di farlo. Gli animatori poi: hanno veramente bisogno di attività didattiche, o gli basta “farsi un repertorio di attività divertenti”?

Una formazione pensata in modo più organico sarebbe possibile? Sarebbe auspicabile, ma sembra di difficile attuazione. Naturalmente qualche accorgimento si potrebbe già ipotizzare, ad esempio cercando di organizzare corsi di formazione per gruppi omogenei, con aspetti teorici di supporto reale a quelli pratici, con tempistiche che prevedano possibilità di esercitazione, riflessione, programmazione assistita…  Tutte situazioni che, ovviamente, in una idea di reale formazione abbisognano di risorse, investimenti, lungimiranza…

Nel frattempo non mi preoccuperei troppo; ci sono delle realtà bellissime, la formazione sta comunque  lavorando sempre più in direzione dell’auto-formazione e della ricerca-azione, nelle quali il ruolo del formatore è quello di un supporto utile ad approfondire la consapevolezza didattico-disciplinare, ad es. con momenti di programmazione assistita per far emergere gli aspetti strutturali delle proposte didattiche ipotizzate e/o realizzate. In questo modo gli insegnanti possono capire meglio come “staccarsi” da un’eccessiva preoccupazione sui contenuti -uno stesso “schema di percorso” è utilizzabile con diversi contenuti- anche se ovviamente i contenuti sono parte integrante e fondamentale dei percorsi! (Si noti che nelle Indicazioni Nazionali, a proposito delle competenze digitali, si dice testualmente: “le tecniche e le competenze diventano obsolete nel volgere di pochi anni. Per questo l’obiettivo della scuola […] è quello di formare saldamente ogni persona sul piano cognitivo e culturale”)

Tuttavia le maestre (e non uso a caso il femminile: nei corsi che ho tenuto per centinaia di docenti, posso contare su una mano gli insegnanti maschi) sono bravissime a usare la loro competenza musicale di base per far sì che la musica sia non solo una disciplina da insegnare ma diventi a sua volta anche una strategia metodologica per le altre discipline.  Ho visto docenti della primaria insegnare a leggere a ritmo, evitando problemi di ortografia   (una buona pratica perduta tra le montagne del trentino e non arrivata all’università?), insegnare a contare e a memorizzare le tabelline attraverso le filastrocche, insegnare a dare un senso al linguaggio verbale e a cogliere le regole grammaticali della costruzione di un discorso attraverso la lettura espressiva… Le ho viste inventarsi un sacco di attività utilissime alla consapevolezza spaziale nelle attività musicali sensomotorie, allo sviluppo di una consapevolezza temporale (prima dopo, contemporaneamente) nella scrittura di partiture informali, allo sviluppo della capacità di ascolto dell’altro e del sé nel passarsi un suono, al capire che ci sono delle regole da rispettare nella costruzione di una forma dipinta e poi sonorizzata… Insomma, come disse qualcuna delle corsiste nell’ultimo incontro a Firenze: “vista così bisognerebbe allora fare sempre musica, perché con la musica possiamo insegnare un sacco di cose!”. E su questo, direi che non c’è alcun bisogno di formazione, perché la maggior parte delle insegnanti già sa come farlo, a chi proporlo e perché…

Quindi fatelo, continuate a farlo, e non preoccupatevi troppo, ok? Buon lavoro a tutte!

Incontri sull’ascolto a Firenze

Sabato inizio un corso rivolto a docenti di scuola primaria selezionati dalla Rete Musica Toscana su un curriculum specifico, al fine di creare un gruppo di insegnanti esperti nella disciplina musica inseriti nell’organico d’istituto. Anche stavolta mi occupo di ascolto. Trovate il programma cliccando qui.

A presto!

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Piano piano

“Qui si sente il ricomincio” mi dicevano i bambini, quando si giocava a ricordarsi com’era fatta una breve danza, vissuta in realtà come gioco motorio sulla musica. È straordinario come in età infantile, molto prima delle capacità cognitive vere e proprie, sia possibile realizzare una semplice analisi basandosi sulle capacità percettive e sulla memoria: ovviamente con brani brevi-brevissimi, attività ripetuta giocosamente e gioiosamente tante volte -ma nell’infanzia la ripetizione non è mai un problema!- e caratteristiche formali basate su contrasti davvero evidenti. Ecco perché nel libro Didattica dell’ascolto nella scuola di base c’è un capitolo dedicato alle attività sui Contrasti: Suono /Silenzio, Forte/Piano, Staccato/legato, Lento/Veloce, Lungo/Corto Alto/Basso. Ci sono degli esempi di attività nel DVD allegato e anche le schede illustrate da colorare che si possono scaricare. Attività che nel terzo capitolo, dedicato alla forma, viene in qualche modo ripresa e “sfruttata” per cogliere i principi costruttivi principali, che si basano proprio su aspetti percettivi: il contrasto, la ripetizione e la variazione.

E voi lo sentite il “ricomincio”? Chi ha a che fare con il mondo della scuola di sicuro! Ecco perché non potevo non “ricominciare” ricordandovi di acquistare il libro… 🙂

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Per me il “ricomincio” è proprio settembre, forse perché è il mese in cui sono nata e quindi  in qualche modo sì, si parte un’altra volta.

Non è sempre stato così. Non sono vecchia-vecchia ma la mia generazione ha avuto la fortuna di godersi nella propria infanzia l’estate di settembre. Il mio inizio settembre dei ricordi profuma di mare, uva fragola e pannocchie arrostite… Solo in ottobre si andava a scuola, quando già si indossava il cappottino, sotto le scarpe crocchiavano le foglie ingiallite, l’aria odorava di castagne e l’ombrello era spesso a portata di mano. Sì perché allora avevamo le quattro stagioni!

Ma per me settembre ricomincia perché a un certo punto arrivano puntuali le parole del poeta: “Settembre, andiamo“. Sarà capitato anche a voi di avere… una poesia in testa? Beh, questa forse è la mia preferita e le ho dedicato un post proprio l’anno scorso (potete andare a rileggerlo cliccando qui). Un invito dolce a ripartire, a ricominciare. E così piano piano (anche se ancora col cuore a pezzi: ora più che mai sento la mancanza di aver perduto una persona tanto importante!)  metto un po’ in ordine le cose, la casa e la testa.

riordinare-la-casa_N1Eh già, chi riesce a farle le pulizie di primavera? Impossibile! Lavare le tende e sistemare le scartoffie accumulate in libreria e nei cassetti è lavoro da fine agosto-inizio settembre, che a volte si prolunga un po’, specialmente se si ridipinge o si sistema qualcosa che giace lì da mesi, e finalmente si decide anche di buttare via e di far spazio alle cose nuove.

A me non riesce bene prendere una stanza e “farla di fondo”, come alle brave padrone di casa, è molto raro che mi accada. Piuttosto lavoro piano piano, con calma, uno scaffale per volta, un cassetto per volta, prendendomi il tempo di vedere cosa c’è, togliere tutto, pulire, analizzare, selezionare, scegliere, sistemare. Alcune cose devono tornare al loro posto, per altre è arrivato il momento di cambiarlo o di salutarsi. Un modo di prendersi cura di sé e dell’ambiente in cui si vive, di volersi bene, senza per questo dover arrivare al minimalismo essenziale privo di qualsiasi cosa possa essere definita “superflua”, com’è proposto in qualche libro sull’ordine della casa. Se il superfluo è bello, ti fa sentire bene e non ingombra troppo… Perché no?

È così che impiego parte dell’estate, e in particolare di settembre. È così che quest’anno sto lavorando anche a questo blog e ai nuovi progetti personali e professionali.

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Piano piano, una cosa alla volta.

Il blog si sta trasformando poco a poco.

Non mi sento ancora in grado di cambiare il template, lo lascio così, ci sono affezionata e mi trovo bene a lavorarci, e anche l’immagine di copertina continua a piacermi. La mia foto nei profili social (LinkedIn, Twitter e della fan page su Facebook) resta quella, anche se ho tagliato i capelli e sono un po’ diversa, così come la pagina del blog dedicata alle Notizie su di me.

Altre pagine sono leggermente modificate. Ho dato un volto nuovo a quella intitolata a questo blog, inserendo la descrizione delle categorie: così può essere più chiaro a chi mi legge cosa c’è (forse…). La novità del mio piano editoriale è la rubrica Parliamo di… che inizierà proprio dal mese di settembre con un articolo dedicato alla memoria. In questa rubrica vorrei sviluppare quest’anno alcuni argomenti legati all’apprendimento: memoria, attenzione, stili cognitivi, per iniziare. Per il resto il piano editoriale prevede di riprendere alcuni argomenti, personaggi e storie lasciati in sospeso da tempo. Anche se nel lavoro di riassetto, non escludo di prendere decisioni drastiche al riguardo… Ma non subito.

Più snella la pagina dedicata ai corsi nella quale entro ottobre troverà spazio anche il link al nuovo corso di Didattica della musica che terrò presso il conservatorio di Castelfranco Veneto nell’anno accademico 2016-17.

Immutata la pagina dei materiali, nella quale spero poter inserire presto qualcosa di nuovo, magari un’agile dispensa dedicata alla simbolizzazione attinente al corso di psicologia della musica.

Nuova la pagina dedicata alle pubblicazioni: non scrivo un granché ma quei due libri nei quali posso vantare qualcosa di mio pugno li pubblicizzo.

In cantiere una piccola ambizione: aprire un blog in spagnolo dove pubblicare qualche post in lingua. Ovviamente il problema è che la mia competenza linguistica è ancora piuttosto bassa, per quanto riguarda l’abilità scritta. Però quest’estate ho fatto una breve esperienza seguendo un corso e tutto sommato, a parte qualche strafalcione che mi è stato segnalato, ho trovato motivo di soddisfazione e incentivazione a proseguire. E ci sto pensando seriamente. In fondo quale miglior motivo di studiare grammatica spagnola ed avere uno spazio per esercitarmi tutto mio? Beh, su questo vi terrò aggiornati. In fondo posso contare su qualche amicizia e un’ottima profesora che mi aiuterà (spero).

Altre novità: oltre al nuovo corso in conservatorio – che affiancherà quelli abituali, tutti frequentabili anche come corsi singoli da studenti non iscritti– c’è un’idea per un nuovo corso dedicato ad insegnanti della scuola di base, ma per ora è solo un’idea. Se e quando si concretizzerà in progetto, beh, lo sapete: farò pubblicità a tutto spiano!

Corso di formazione a Roma

Corso di formazione La didattica dell’ascolto nella scuola di base a Roma!

Come vi accennavo nel post precedente  nel nuovo sito della casa editrice Progetti Sonori viene dato rilevo alla parte dedicata alla formazione, dato che la casa è ente accreditato dal MIUR per la formazione dei docenti.

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Scorrendo verso il basso sulla barra di destra potete accedere alle caselle informative.

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Ebbene, stamattina sono andata a curiosare se c’era già qualcosa sul nostro corso ed eccolo!

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Trovate tutte le informazioni cliccando sul titolo del corso all’inizio del post, o qui o ancora al link:

http://www.progettisonori.it/shop/formazione/la-didattica-dellascolto-nella-scuola-di-base/

La scadenza per le iscrizioni è il 7 marzo! Affrettatevi (ma non correte troppo… Diciamo pensateci un paio di secondi e poi iscrivetevi)!

A presto!

Novità 2016

Buongiorno!!!!

Ripresi dalle gozzoviglie delle feste? Ma sì, ci vuole, almeno una volta l’anno, no?

Questo 2016 si apre all’insegna di alcune novità.

La prima che vi segnalo è il nuovo corso che terrò presso il Conservatorio “A.Steffani” di Castelfranco Veneto (TV) dove lavoro. Si tratta di un agile corso che affronta alcuni aspetti legati alla didattica strumentale. Naturalmente in sole quindici ore non sarà possibile occuparsi di tutto in maniera esaustiva, ma le tematiche sono interessanti:

  • insegnare attraverso l’oralità: generalmente che studia musica è talmente abituato a leggerla che tende a scartare o a vedere negativamente questa opportunità. Vedremo quali possono essere le possibilità che offre.
  • insegnare attraverso la lettura: questo è il sistema più tradizionale per chi ha una preparazione accademica. Tuttavia ci soffermiamo un attimo ad analizzare le possibilità offerte da questa modalità di insegnamento, pensata in modo integrato con le altre.
  • insegnare la tecnica, come un gioco: alcuni esempi e spunti pratici da poter poi sviluppare in modo personalizzato e legato alle specificità del proprio strumento, possono far comodo, visto che la questione non è sempre ben vista dagli allievi…
  • l’interpretazione si può insegnare? Il tema è ambizioso! Ci soffermiamo solo a riflettere su spunti utili per lavorare sull’espressività fin dall’inizio dell’apprendimento strumentale, in modo che il “suonare bello” non si visto come un bel vestito da indossare solo dopo che sappiamo “suonare giusto”.
  • Come prepararsi a suonare in pubblico e/o a essere valutati? Il tema è spinoso e riguarda anche chi segue il corso, se ancora studente. Può essere davvero interessante e utile.

Bene! Questi i temi del corso di metodologie generali dell’insegnamento strumentale che terrò a breve a Castelfranco Veneto. Il corso può essere seguito anche come corso singolo da esterni. Trovate le informazioni cliccando qui.

L’altra novità è che sta per uscire il libro di cui vi ho già parlato qui e anche un po’ qui… Ma non posso ancora rivelarvi nulla! Si sa, devo avere l’ok dall’editore su tempi e modi! Ma non manca molto, davvero!

Continuate a seguirmi. E ancora un felice 2016 a tutti!