Avere cura

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Il tema della cura mi sta molto a cuore, forse ne ho già parlato ma in questo momento sono troppo pigra per andare a vedere dove e organizzare un link (sì non è più aprile, ma la stagione del letargo quest’anno non si decide ad andarsene…).

L’avere cura è una questione strettamente legata al tempo: avere tempo di dedicarsi a qualche cosa, ma anche saper utilizzare molto bene il tempo a disposizione per fare qualche cosa bene. Solo che quando ci si dedica con cura a qualsiasi cosa il tempo si dilata: ve ne siete mai accorti?

A voi cosa viene in mente quando si parla dell’avere cura? Io vedo mani sapienti che curano le piante (cosa che non so assolutamente fare), o che si dedicano alla cura degli altri (cura non solo di persone bisognose, perché malate o qualcosa di simile, ma anche cure definite “estetiche” che spesso fanno molto più bene all’anima che al corpo: se trovate un centro che sa prendersi bene cura di voi vi farà davvero molto bene!), o che si dedicano a costruire qualcosa di bello, come le mani che intrecciano fili colorati nella tessitura, nel ricamo, nella confezione di un abito…

E poi c’è la cura dell’anima, strettamente legata al corpo: viene consigliato anche a chi è giù di corda di uscire a passeggiare in mezzo alla natura, stare al sole -che non fa male: la serotonina ci serve per sorridere di più!; cantare (canta che ti passa) o ridere (ridi che ti passa): a me piace il cabaret, ad esempio, e quando riesco mi regalo uno spettacolo comico, ma anche un bel concerto! Insomma, circondarsi di bellezza: a noi occidentali in fondo piace pensare che l’arte sia legata alla bellezza e anche se nel Novecento in campo artistico tutto si è rivoluzionato, e probabilmente ce n’era bisogno, di fronte alla bellezza non ce n’è per nessuno. Altrimenti come giustificare che tutto il mondo vuole assolutamente andare a vedere dal vivo la reggia di Caserta o la Monnalisa?

L’avere cura mi riporta a tanti anni fa quando ho avuto studenti e studentesse che curavano non solo i contenuti degli elaborati per le verifiche, ma anche il modo di presentarli, aggiungendovi illustrazioni colorate, scegliendo carte pregiate, disegnando copertine. Non li ricorderei piacevolmente se si fossero limitati a questo, ma dava un valore aggiunto ai contenuti e si poteva benissimo leggere come: ci tengo a fare una cosa fatta bene, anche bella non solo “buona”.  È un po’ lo stesso concetto di presentare un bel piatto, da gustare prima con gli occhi e poi con il palato: se non è buono la delusione sarebbe molto più evidente, ma la cura della presentazione di solito si accompagna a quella della ricetta, dalla selezione degli ingredienti agli accostamenti degli stessi.

L’avere cura fa parte del percorso dei musicisti fin dalla loro formazione, se la formazione è svolta all’insegna di questo concetto. Non devi studiare tanto per accontentare il maestro. Provi e riprovi, giochi a modo tuo, ripeti perché tu stesso ci tieni, entri in una sana competizione con te stesso e vinci la soddisfazione di sentire che stai migliorando, che la tua tavolozza di colori sonori si sta arricchendo, la tua capacità di cogliere il senso della musica nascosto tra le righe dei pentagrammi sta diventando sempre più profonda. Quanto più l’esperienza si svolge a tutto tondo, tanto meglio l’avere cura è una tua esigenza. I musicisti bravi, così come i pittori, gli attori, i fotografi, gli scultori, i danzatori, i tecnici, e tutti quelli che fanno bene quello che fanno, studiano nell’accezione più ampia del termine: leggono, si informano, fanno esperienza, girano, guardano cosa fanno gli altri (non tanto nell’accezione di competitor da vedere come “nemici”, ma nel senso di vedere altri modi di fare, avere spunti, “rubare qualcosa” -qualcuno di famoso ha detto che rubare è da artisti, copiare da imbecili, mi pare). Insomma “quelli bravi” si danno da fare e anche tanto, ma soprattutto perché gli piace. Non confondiamo “quelli bravi” con “quelli famosi”: lì a volte le cose non coincidono, ma il discorso sarebbe ungo e deprimente e non ho voglia di deprimermi (vedi sopra).

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Quello che qui interessa è che come musicistinsegnanti dobbiamo tenere a mente l’avere cura nella nostra attività, insegnare ai nostri allievi (sfida sempre più complessa in un mondo che sembra volgersi sempre più alla velocità e alla superficialità). Nella nostra cassetta degli attrezzi dunque dobbiamo avere:

  • La capacità di entrare in una relazione il più possibile positiva con i nostri allievi: che significa prima di tutto non giudicarli! E poi ricordarsi che: loro non sono noi, sono diversi da noi, magari hanno interessi, gusti, motivazioni, esperienze diverse da noi!
  • La capacità di sapere vedere nel qui e ora cosa è possibile con questo determinato allievo, in questo determinato contesto, nel mio determinato ruolo…
  • La capacità di sapere che quello che seminiamo potrebbe essere una pianta lunga a crescere, e quindi imparare a saper leggere i segnali, saper osservare ciò che accade. Forse non vedremo mai l’albero, ma qualche fogliolina, magari seminascosta dalla terra, sì!
  • La capacità di avare aspettative reali e di saper stimolare i nostri allievi: non abbassare troppo il livello, altrimenti si annoiano; non alzarlo troppo, altrimenti si frustrano.
  • La capacità di sapere cosa stiamo facendo, cosa stiamo insegnando: non è la stessa cosa insegnare a suonare uno strumento in un contesto professionalizzante e in uno educativo; insegnare “musica” potrebbe non coincidere con insegnare “a leggere le note”, soprattutto se i vostri allievi sono piccoli!
  • Conoscere tante, tante, tante strategie di lavoro e valutare di volta in volta se e quali sono più adatte.
  • Conoscere tanto, tanto, tanto repertorio: di giochi, di canti, di canzoni, di brani musicali da suonare e da ascoltare!
  • Avere voglia di divertirsi facendo le cose insieme ai nostri allievi, essere stimolanti, imparare a valutare quando è il momento di far fare a loro e quando è meglio essere direttivi, alternare le strategie di lavoro in modo da rendere il nostro stile il più dinamico possibile, avere chiari uno o due obiettivi minimi principali su cui lavorare molto, e ricordarsi che sugli altri stiamo probabilmente seminando: non si può fare tutto e non si possono ottenere risultati su tutto.
  • Insegnare a studiare è fondamentale! Se pensiamo che i nostri allievi ci arrivino da soli e diamo per scontate molte cose, è meglio che cambiamo mestiere.
  • Un pizzico di amore qua e là, almeno ogni tanto, farebbe tanto bene a tutti e “passa” e coinvolge profondamente. È come quando un attore recita e tu non vedi il signor tal dei tali che recita, ma vedi Il Personaggio: questa credibilità non è di tutti e forse dovremmo imparare a capire quanto e cosa riusciamo a trasmettere.
  • Chiedersi: ne vale la pena, per me? E decidere se sì. Se avete dubbi pensateci bene: state giocando con la vostra vita, il vostro benessere e il futuro altrui!
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Occhi che brillano

Chi lavora coi bambini, o è a contatto con loro, lo sa. Lo sa cosa vuol dire vedere “occhi che brillano”.

E voi? Pensate per un momento a come vi sentite quando vi brillano gli occhi…

Ci riuscite? Ma sì, sono certa di sì!

È stupendo, vero? Ci si sente così bene, così pieni di vita, di energia, ma al tempo stesso così… Dentro di sé, in contatto col proprio “io” più profondo, le proprie emozioni. Ecco, sì, sono quei momenti in cui la parte razionale sembra aver ceduto il passo, completamente, al resto. Chi lo sa!

In questo periodo di Avvento, pieno di luci e tintinnii (avete mai pensato che il tintitinnìo è un suono “luminoso”?), siamo propensi a guardarci intorno, veniamo letteralmente invasi da immagini in cui tutto si accende, e aspettiamo il giorno di Natale, per veder brillare gli occhi dei bimbi di casa.

Il mio augurio per Natale, quest’anno, è di regalarvi poco più di una ventina di minuti e guardare la conferenza su TED di Benjamin Zander (ci sono i sottotitoli in italiano, basta cliccare su “subtit” in basso a destra): 

Godetevela da cima a fondo. E poi fatemi sapere (se vi va) se alla fine anche a voi brillano gli occhi!

ps: se state lavorando su di voi per diventare musicisti- insegnanti riguardatela una seconda volta (eh sì, potrete ben regalarvi circa trequarti d’ora della vostra vita per Natale!): osservate come riesce a far presa sul pubblico, facendolo ridere, strappandogli applausi, commuovendo… Com’è coinvolgente: come usa il ingaggio non verbale (come si muove, come gesticola, come usa la voce – velocità, ritmo, pause, voce acuta o grave, volume- ma anche com’è vestito), come inizia, come sviluppa il suo discorso intercalandolo di aneddoti e storie, tutte pertinenti a dove vuole arrivare, come alterna sapientemente il linguaggio più  generale/comprensibile e quello più tecnico-specifico, senza mai appesantirlo… E dove arriva, come conclude. È una vera e propria “classe magistrale” di comunicazione. Da studiare.

Faso e il ritmo

Guardatevi questo video, può essere davvero efficace, oltre che divertente. E poi, in fondo, non dice cose molto diverse dal “vecchio” Dalcroze (solo che lui non aveva a disposizione la musica popular).

https://www.youtube.com/watch?v=1LU72BASQBo

E se la pedagogia avesse a che fare col marketing? (terza puntata)

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Piaccia o no, non si può far finta che il “fenomeno-Ikea” non abbia in qualche modo influenzato il mercato, le idee, il design. Chi più, chi meno, del settore e affini, ha dovuto tenerne conto.

Sfogliatevi un qualsiasi catalogo, e troverete scarpiere utilizzate come porta-cd, materassi rivestiti con stoffe colorate usati come divani per i bambini, pensili da cucina montati nello studio da manager… Naturalmente non è tutto innovativo: ma proporre quasi tenacemente al proprio pubblico di lavorare con la fantasia, di non vedere il mobile o l’oggetto funzionale solo a quello per cui è stato costruito è una splendida metafora della dinamicità, contrapposta alla staticità.

Nell’evento educativo l’insegnante “statico” fatica a ipotizzare qualcosa di diverso da quello che ha vissuto, a vedere le cose da altri punti di vista, ad usare strategie invece che metodi preconfezionati, a dare priorità a cose diverse da quelle che ce l’hanno secondo la propria scala di valori. Ad es. l’insegnante di strumento “ansioso” ha bisogno di curare fin dalla prima lezione la buona impostazione (senza nemmeno chiedersi cosa significhi questa espressione), insegnare la lettura delle note, invitare l’allievo a fare il suono bello…

L’insegnante dinamico mette questi obiettivi in un ordine diverso, in base all’allievo che ha di fronte: lo osserva, vede come reagisce di fronte alla relazione gesto/effetto sonoro. Sa che, salvo eccezioni, ci vorrà tempo per ottenere certi risultati e propone attività diversificate in modo da promuovere lo sviluppo delle diverse abilità: così il suono bello potrà arrivare accanto ai suoni brutti, usati comunque per fare musica; la lettura arriverà insieme al canto e ad attività ritmiche; il lavoro si realizzerà con lo strumento, ma anche senza (si può suonare  a orecchio, o inventare musica, oltre che eseguirla).

Naturalmente non ci si improvvisa insegnanti dinamici: ci vuole un po’ di lavoro e la voglia di mettersi in gioco. Con gioia, allegria e fantasia. Ma anche sicurezza, lettura critica della realtà, strumenti di lavoro affinati. Così la scatolina pensata come porta penne, per essere utilizzata in cucina, viene costruita scegliendo il materiale e pensando alla forma in modo da potersi adattare ai diversi contesti in cui vogliamo usarla. Senza rompersi.

Il (finto) battitore libero

“Come dici?”

Il sopracciglio sinistro si inarcò con evidenza, dietro gli occhiali. I baffi appena disegnati sul labbro superiore ebbero un leggero tremolìo.

“Come dici?”, ripetè il professore.

Il ragazzone sembrava uscito da un film di Verdone, coi suoi “Sa, cioè, volevo dire, lei capisce”. Capelli lunghi e nascosto da una folta barba, il viso si intravvedeva appena. L’aria strafottente usciva tutta, però. “Sì, vabbè dài, insomma verrò un paio di volte giusto per fare le ore che bastano, okkei? Sa, io cerco di fare il minimo, per le materie meno importanti, così mi dedico a suonare. Sì, sa, sono un battitore libero, io, così posso andare in giro a suonare e qui posso fare il minimo che serve, okkei?”.

“Un battitore libero? Dovresti crederci davvero, è un peccato che tu non lo faccia. Perché se ci credessi, non verresti qui, a fare il minimo per avere un pezzo di carta. Che poi, non ti serve per andare in giro a suonare, mica te lo chiedono. Ti ascoltano e, se gli piace come suoni, ti prendono. Quindi questa storia del battitore libero… Mah, pensaci! Se ci credi, vai via di qua, non ti serve venire a frequentare questi corsi, nemmeno il minimo, okkei?”

Il ragazzo lo guarda stralunato.

Il professore lo ha messo kappaò.

A.A.A. Cercasi (nuovi test d’ingresso)

Cercasi insegnanti

“Peperepèèèèèèèèè

“La nota azienda cerca insegnanti di musica tra i diplomati, ai quali è richiesta

1. Lettura sicura della notazione musicale

2. Buona capacità esecutiva allo strumento

3. Buona intonazione e predisposizione al canto

4. Conoscenza dell’armonia

5.  Predisposizione nella gestione di un gruppo di ragazzi in età scolare.

Peperepèèèèèèèèèèèèèè”.

Fine dell’annuncio.

La nota azienda quindi ritiene che un diploma non sia garanzia di per sé:

1. Né di buona capacità di lettura

2. Né di buona capacità esecutiva allo strumento

3. Né di conoscenza dell’armonia (si parla di diplomati in pianoforte, organo e composizione)

4. Né che il fatto di saper suonare dovrebbe comprendere anche la capacità di saper cantare intonati.

Infine la predisposizione alla gestione di gruppi di ragazzi in età scolare è ovvia, in un annuncio di offerta di lavoro; in effetti a un possibile venditore si chiede predisposizione alle pubbliche relazioni e alla comunicazione persuasiva. Poi gli si fa anche il corso di comunicazione, ovvio, però prima deve sentire di potersi dedicare a ciò.

Da noi, invece, dove non offriamo lavoro ma solo formazione (e guai a mettere in dubbio che il titolo in possesso non comprenda una competenza altissima in tutte le abilità e conoscenze musicali previste, anche se magari il titolo è stato preso vent’anni fa e lo strumento appeso al chiodo e ormai ammuffito), proporrei un test d’ingresso molto più semplice:

1. Ritieni che il tuo diploma faccia di te un musicista?

2. Ritieni che essere un musicista faccia di te anche un insegnante di musica e/o strumento adatto a qualsiasi livello?

Se hai risposto sì con convinzione a tutte e due le domande questo corso non fa per te.

Se hai risposto sì con convinzione a una sola delle due domande prenditi un po’ di tempo per pensare se questo corso può fare per te.

Poi iscriviti e studia. Non ti offriamo lavoro, ma la possibilità di imparare un mestiere, quella sì.

Tanto per dire

A proposito dell’ignoranza di alcuni “musicisti”, leggete Galatea cliccando qui.