Corsi di formazione (con domande)

Si è concluso il corso sulla didattica dell’ascolto che ho tenuto all’interno del progetto “L’ora di musica” organizzato dalla Rete Musica Toscana.

Come sempre in queste occasioni sono molto felice degli incontri e delle esperienze fatte, grazie alle persone incontrate e con cui è stato possibile fare un pezzettino di strada assieme. Incontri proficui e arricchenti, soprattutto dal punto di vista della varietà umana, e della varia umanità, nei quali persone che condividono le fatiche e la passione per l’insegnamento e per i bambini, pur in situazioni a volte davvero ai limiti del sopportabile, dopo una settimana in cui al lavoro scolastico (fatto di lezioni, riunioni, incontri con genitori, in qualche caso anche altri corsi, e compiti da correggere) e alle incombenze personali e familiari, si sono incontrate per tre sabati per fare qualche esperienza pratica, riflessione teorica, ipotesi di ricaduta didattica, sistematizzazione di un lessico “tecnico”, progetti di attività e percorsi, racconti di esperienze, intorno all’ascolto musicale. L’ascolto musicale inteso come  parte della disciplina “Musica” alla quale le Indicazioni Nazionali pongono come “traguardi per lo sviluppo delle competenze” al termine della scuola primaria: 1. la capacità di riconoscere gli elementi costitutivi di un semplice brano musicale e 2. la capacità di ascoltare, interpretare e descrivere brani musicali di diverso genere. Beh, spero che alle mie corsiste sia arrivato qualche spunto, ma soprattutto la consapevolezza di essere in grado di lavorare benissimo su entrambi questi traguardi.

In queste occasioni torno sempre anche a riflettere sul senso dei corsi di formazione/aggiornamento e non posso fare a meno di chiedermi: ha ancora senso farli? E, soprattutto, farli in questo modo? Questo pensiero non c’entra nulla con il corso appena finito. È una domanda che mi sono sempre posta, fin dal 1992, anno in cui ho tenuto il mio primo corso di “aggiornamento in servizio”, sempre di sabato, a una trentina di insegnanti arrabbiatissime con il loro Direttore (mi pare non si chiamassero ancora “dirigenti”) che, appunto, le aveva costrette a venire a scuola di sabato. Un bell’inizio, no? Un gruppo che per protesta con il proprio superiore non voleva assolutamente collaborare e partecipare attivamente. Una vera e propria “terapia d’urto” per la giovane formatrice entusiasta, che riuscì in qualche modo a stemperare l’atmosfera ostruzionista e contagiare con la propria voglia di fare qualcosa insieme con la musica anche le maestre più reticenti. Di lì ne sono seguiti a decine: dall’esperienza quinquennale per l’IPRASE trentino a Rovereto, a quella biennale -le “famose” per chi lavora nel mio campo, 200 ore di aggiornamento in musica- in collaborazione con i dipartimenti di didattica dei conservatori, a quelli più limitati (tra le 20 e le 8 ore) nei vari Circoli didattici (poi istituti comprensivi) e/o associazioni varie, sparsi per l’Italia, ma ovviamente soprattutto in Veneto, su tanti temi. E quella domanda ogni volta torna, mescolata alle immagini di tanti volti sorridenti per la soddisfazione di inventarsi una canzone anche senza essere “alfabetizzate”,  di imparare a “leggere” una pubblicità,  di cogliere il senso di un’aria d’opera anche se non in italiano,  di apprendere i primi rudimenti delle palline sul pentagramma… Ma anche a quelle di volti impauriti, o sconfortati, o preoccupati: di non essere in grado, di non essere all’altezza, di non capire, di non sapere, di non avere le idee chiare, di non fidarsi dei propri allievi, delle proprie capacità, di non sapere come portare avanti il discorso. Perché anche se non sono stati costretti ma lo hanno scelto consapevolmente, per crescere, per approfondire e sviluppare le proprie competenze di base, in molti casi gli insegnanti si trovano a fare i conti con le paure e le incertezze causate da quegli  imprevisti a cui non sanno dare risposte. Ad es. un giorno una insegnante raccontò di aver proposto ai bambini di “contare” le pulsazioni di una frase (ma perché poi? I grandi amano le cifre, diceva il Piccolo Principe –sic!) e lo propose diverse volte, finché gli alunni esplosero in un “Ma è noioso! Sono sempre otto, maestra!” E lei non seppe come reagire, né come portare avanti la proposta. Si stupì di venire a sapere che in realtà aveva scoperto una regola musicale generale. Ma non lo sapeva. Non aveva uno strumento fondamentale, che manca a molti di questi bravi e volenterosi insegnanti: una competenza musicale disciplinare. Cioè una competenza più approfondita e tecnica, sulla grammatica di base del nostro linguaggio musicale “materno” per così dire, il linguaggio tonale. Questo è un aspetto molto interessante, che si intreccia a molti altri.

La questione è difficile. E infatti non credo di essere in grado di portare avanti un vero e proprio articolo che abbisognerebbe di argomentazioni articolate e complesse, che non sono in grado di fare e che comunque andrebbero a toccare tanti, troppi elementi, difficili da declinare in un unico post e che scatenerebbero sicuramente una serie di commenti e controcommenti nei quali, temo, emergerebbe il peggio che ognuno dà di sé in queste occasioni, specie sui social (chissà perché i social sembrano essere il terreno più fertile dove ognuno si sfoga nel modo peggiore…). Mi è bastato dare un’occhiata a commenti e contro-lettere a quella dei 600 docenti universitari sulla necessità che la scuola riprenda in mano l’insegnamento dell’italiano. A commenti ed articoli pacati e argomentati, si sono aggiunti quelli scomposti e incivili, sui quali spiccavano, ai miei occhi, quelli che puntavano il dito sulla pedagogia: “è colpa della pedagogia che ci avete imposto voi universitari, in corsi in cui ci avete parlato di sviluppare le competenze degli allievi dicendoci che insegnare loro la grammatica era rimanere sui contenuti e quindi sbagliato! Adesso tenetevi gli allievi ignoranti: è colpa vostra!” (più o meno, la citazione è un assemblaggio di vari commenti letti qua e là:  come se la questione si giocasse 1. sulla necessità di trovare un’unica causa, 2. sulla necessità di utilizzare questo problema come motivo di rivalsa, puntato al peggio). Ora, liberi di pensarla come volete, se fra i pedagogisti e i formatori in cui siete incappati avete incontrato qualche incapace (e quindi avreste dovuto segnalarlo) che vi avesse davvero detto ciò, beh, dovevate bellamente ignorarlo: nelle Indicazioni Nazionali si parla esplicitamente di insegnare la grammatica, e in nessun testo di pedagogia si afferma il contrario (anzi si dà per assodato che le competenze si maturano attraverso dei contenuti, sui quali inevitabilmente si avranno nozioni e si costruiranno conoscenze e abilità non solo generali ma anche legate ai contenuti stessi dell’apprendimento).

Ma questa è un’altra storia.

Nella musica il problema è molto più profondo, perché sembra quasi non esserci una epistemologia chiara di che cosa si intende per “musica” a livello scolastico (o almeno questo è un dubbio che spesso gli insegnanti stessi sollevano ai corsi di formazione): eppure, oltre alle Indicazioni che qualcosa dicono, vi sono libri di testo e materiali -anche in rete- oltre a corsi davvero interessanti ed efficaci, che trattano contenuti e modalità di insegnamento della musica nella scuola. Dove fa acqua un progetto di formazione? Non lo so, anche se sulla formazione iniziale ci sarebbe molto da dire, così come sul reclutamento dei docenti: ma non ha molto senso qui.  Quindi sulla base di quanto constatato in molti anni di lavoro, provo a elencare in modo disordinato alcune questioni che mi vengono in mente:

  • L’atteggiamento culturale: la musica appartiene all’area espressiva e quindi culturalmente non viene associata ai saperi fondamentali. Sulla carta ha ricevuto la pari dignità, ma in pratica non è così. Un insegnante che ha poche ore in classi numerose sceglie di privilegiare le “discipline fondamentali”. È così da sempre: sembra che la possibilità di dedicarsi a ciò che non è “utilitaristico” (con buona pace della pedagogia dell’essere e compagnia cantante) sia un lusso che molti docenti ritengono di non potersi permettere, affannati a correre dietro a troppe problematiche -reali, eh- accavallate l’una sull’altra.
  • La particolarità della disciplina: la musica non è come la matematica, che abbisogna di un discorso lineare, perché se non ho chiaro il concetto di quantità non posso sommare o dividere le quantità, per dire. La musica la possiamo prendere da molteplici punti di vista e ci possiamo costruire miliardi di percorsi. E questo può dare un senso di incertezza: eppure basta scegliere. In fondo è quello che si fa anche con altre discipline: il lavoro dell’insegnante è decidere tra le molte opportunità quali siano più adeguate ai propri alunni, in un determinato momento. O quali possibilità il docente stesso vuole “provare” per vivere un esperienza musicale insieme ai propri alunni e imparare insieme a loro qualcosa.
  • La competenza disciplinare: la maggior parte delle insegnanti di scuola dell’infanzia e primaria possono contare su una competenza musicale di base, ma non su una alfabetizzazione che consenta di conoscere le regole della grammatica musicale, qualcosa di solido a cui aggrapparsi per imparare gli aspetti disciplinari  e le possibili didattiche che ne derivano. Per alfabetizzazione non si intende solo quella in senso stretto, ovvero la capacità di leggere le note, ma una competenza più ampia, legata all’organizzazione delle strutture musicali in contenuti di senso.
  • La competenza tecnica: al contrario, gli insegnanti che hanno studiato musica in modo approfondito, ne hanno spesso una visione eccessivamente tecnica e tecnicistica, che tende a limitare l’idea di musica alla mera esecuzione di repertorio predefinito (sulla base della formazione volta all’idea professionale dell’esecutore-interprete che viene privilegiata dallo studio in conservatorio). Il repertorio, la sua storia e la lettura delle note -il contenuto quindi- restano ancora al centro dell’idea di musica da proporre a scuola. A volte con una inadeguata competenza didattica, cioè utilizzando la stessa didattica che si usa in ambito professionalizzante con i bambini (e magari pensando che le note disegnate come fiorellini al balcone siano un modo “didattico” per insegnarli… ma sulla falsa didattica ci sarebbe da scrivere un’encicolpedia).
  • Pratica vs teoria? Ai formatori viene chiesto di proporre attività pratiche: sono belle, sono divertenti, sono facili da imparare, ricordare, riportare in classe. Ma qual è la loro struttura portante? A cosa servono? Perché proporle? Dove e quando? Un corso di formazione può far apprendere repertori, metodologie, attività che le insegnanti riportano in classe più o meno pedissequamente senza aver chiaro cosa stanno facendo, come, a cosa serve. Lo dimostra la domanda che spesso queste insegnanti pongono ai corsi: cosa devo scrivere su “obiettivi” se faccio questa cosa? In molti corsi non c’è tempo, in altri non c’è voglia. E quindi il corso di formazione non forma davvero: è una fucina di idee e repertori. Non sto dicendo che sia sbagliato, ma certamente questo non costruisce la consapevolezza necessaria all’insegnante in formazione, che a volte chiede addirittura il permesso del formatore: se faccio questo è giusto? Come se il formatore potesse conoscere tutte le variabili con cui l’insegnante in questione si relaziona: le dinamiche di gruppo, la relazione con quel gruppo, le abitudini, i bisogni degli allievi, le modalità con cui ha intenzione di proporre l’attività e le modalità effettive con cui la va a proporre…
  • Gruppi eterogenei: spesso il formatore si trova un gruppo, anche numeroso (ricordo un corso con 60 insegnanti in una palestra rimbombante, dove avevo insegnanti alle prima armi, insegnanti vicini alla pensione, insegnanti diplomati al conservatorio, insegnanti che nemmeno fischiettavano sotto la doccia) con provenienza diversa, non solo in riferimento alla competenza musicale (generale o più approfondita per interesse personale) o didattica (mai fatto didattica della musica, seguito 2.563 corsi di didattica della musica su di-tutto-e-di-più) ma anche in relazione al contesto educativo in cui opera. Siamo sicuri che proporre corsi in cui teniamo insieme il capo scout, la maestra d’asilo, il prof. di sostegno, l’insegnante di primaria e quello di secondaria possa essere efficace? Le aspettative sono diversissime, e le modalità di proporre le attività dovranno essere declinate dai docenti, che poi non sono sicuri di essere in grado di farlo. Gli animatori poi: hanno veramente bisogno di attività didattiche, o gli basta “farsi un repertorio di attività divertenti”?

Una formazione pensata in modo più organico sarebbe possibile? Sarebbe auspicabile, ma sembra di difficile attuazione. Naturalmente qualche accorgimento si potrebbe già ipotizzare, ad esempio cercando di organizzare corsi di formazione per gruppi omogenei, con aspetti teorici di supporto reale a quelli pratici, con tempistiche che prevedano possibilità di esercitazione, riflessione, programmazione assistita…  Tutte situazioni che, ovviamente, in una idea di reale formazione abbisognano di risorse, investimenti, lungimiranza…

Nel frattempo non mi preoccuperei troppo; ci sono delle realtà bellissime, la formazione sta comunque  lavorando sempre più in direzione dell’auto-formazione e della ricerca-azione, nelle quali il ruolo del formatore è quello di un supporto utile ad approfondire la consapevolezza didattico-disciplinare, ad es. con momenti di programmazione assistita per far emergere gli aspetti strutturali delle proposte didattiche ipotizzate e/o realizzate. In questo modo gli insegnanti possono capire meglio come “staccarsi” da un’eccessiva preoccupazione sui contenuti -uno stesso “schema di percorso” è utilizzabile con diversi contenuti- anche se ovviamente i contenuti sono parte integrante e fondamentale dei percorsi! (Si noti che nelle Indicazioni Nazionali, a proposito delle competenze digitali, si dice testualmente: “le tecniche e le competenze diventano obsolete nel volgere di pochi anni. Per questo l’obiettivo della scuola […] è quello di formare saldamente ogni persona sul piano cognitivo e culturale”)

Tuttavia le maestre (e non uso a caso il femminile: nei corsi che ho tenuto per centinaia di docenti, posso contare su una mano gli insegnanti maschi) sono bravissime a usare la loro competenza musicale di base per far sì che la musica sia non solo una disciplina da insegnare ma diventi a sua volta anche una strategia metodologica per le altre discipline.  Ho visto docenti della primaria insegnare a leggere a ritmo, evitando problemi di ortografia   (una buona pratica perduta tra le montagne del trentino e non arrivata all’università?), insegnare a contare e a memorizzare le tabelline attraverso le filastrocche, insegnare a dare un senso al linguaggio verbale e a cogliere le regole grammaticali della costruzione di un discorso attraverso la lettura espressiva… Le ho viste inventarsi un sacco di attività utilissime alla consapevolezza spaziale nelle attività musicali sensomotorie, allo sviluppo di una consapevolezza temporale (prima dopo, contemporaneamente) nella scrittura di partiture informali, allo sviluppo della capacità di ascolto dell’altro e del sé nel passarsi un suono, al capire che ci sono delle regole da rispettare nella costruzione di una forma dipinta e poi sonorizzata… Insomma, come disse qualcuna delle corsiste nell’ultimo incontro a Firenze: “vista così bisognerebbe allora fare sempre musica, perché con la musica possiamo insegnare un sacco di cose!”. E su questo, direi che non c’è alcun bisogno di formazione, perché la maggior parte delle insegnanti già sa come farlo, a chi proporlo e perché…

Quindi fatelo, continuate a farlo, e non preoccupatevi troppo, ok? Buon lavoro a tutte!

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Piccolo sondaggio sul solfeggio

Come sapete voglio scrivere qualcosa sul solfeggio, ma in questo periodo mi è stato impossibile. Ovviamente vorrei scrivere qualche appunto, niente più.

Nel frattempo per entrare nel tema ho proposto un piccolo sondaggio. La domanda era duplice: Secondo voi cos’è il solfeggio? A cosa serve?

Ecco le risposte che ho ricevuto:

  • È creare la melodia in testa in modo già corretto, così nell’aggiungere la difficoltà strumentale ci accorgiamo dell’errore.
  • A imparare ad andare a tempo ?
  • È la base della melodia grazie a cui questa acquista tutto il senso.
  • L’ossatura della musica?
  • È tradurre in modo musicale tutto ciò che è scritto sullo spartito.
  • Pratica ritmica che dipende da come si fa… Risultato?! …Noia mortale o divertimento assoluto! ‪😅
  • Decifrazione ritmico-melodica propedeutica all’esecuzione.
  • Il ritmo è l’ordine del movimento: il solfeggio lo visualizza tramite il gesto. In ultima analisi, il Direttore d’Orchestra che fa? Per quanto creativo e artista con la sinistra, con la destra non può fare a meno di… solfeggiare.
  • È un codice per capire la musica.
  • L’apprendimento (o per i più dotati la presa di coscienza) delle regole musicali, della grammatica della musica, della teoria della musica, del lato non creativo della musica ma che senza di esso la musica faticherebbe ad esistere.
  • È la grammatica della musica, attraverso la quale possiamo eseguire correttamente un brano musicale.
  • Semplice: l’alfabeto.
  • Lettura non intonata di durate e altezze…
  • Lo spelling della musica
  • El babau!
  • È il linguaggio dei suoni.
  • Istruisce alla lettura e comprensione delle note (varie altezze) e del tempo musicale, a mio avviso indispensabile per un qualsiasi percorso nella musica.
  • Practica ritmica con le più disparate combinazioni di misure e valori. Se non sai solfeggiare bene non saprai neanche suonare cose complicate secondo la grafia musicale. Il solfeggio é linguaggio matematico. Niente a che vedere con la musicalità che é anche un dono.
  • È la suddivisione dei movimenti da eseguire con la mano.
  • Prima definizione: sventura occorsa alla didattica musicale italiana (in realtà neanche la peggiore…). Seconda definizione: insieme di pratiche musicali volte a sviluppare la musicalità del soggetto, la sua capacità di possedere, praticare ed essere consapevole del linguaggio musicale. Sono definizioni un po’ provocatorie, forse un po’ troppo simili a slogan… con tempo e spazio sarebbe bello discuterne.
  • Il solfeggio è l’insieme delle regole della teoria musicale, è anche la lettura parlata e cantata delle note nelle varie chiavi musicali (di violino, di basso, per non parlare delle altre cinque). È il saper fare un dettato melodico e ritmico. È una SOLFA… Indispensabile però. 😉

E voi cosa ne pensate? Provate a rispondere nei commenti, o su Facebook… Poi ci torneremo. Grazie!

2017: si va a incominciare!

Come va coi propositi per il Nuovo Anno? E coi bilanci?

Personalmente non sono molto brava: le pianificazioni tendo a farle un po’ alla volta, quando se ne presenta l’occasione, anche se le più importanti arrivano a settembre come vi spiegavo in questo post. Forse perché sono di settembre e quindi per me l’inizio   di qualcosa di nuovo, del nuovo anno, coincide con il periodo in cui sono nata. A questo proposito in questi giorni mi è arrivata una foto simpaticissima, non so se è una pubblicità, ma l’ho trovata abbastanza vicina a quella parte di me egocentrica e snob… Che ve ne pare? 🙂

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Comunque un po’ di bilancio lo posso fare e condividere.

Nel 2016 sono invecchiata di almeno vent’anni: così, in un colpo solo. Si vede, e non c’è crema antirughe che tenga. Ma soprattutto si sente. Cioè, io li sento questi vent’anni  in più sul groppone. Non è questione di essere più triste o rassegnata, anzi. In realtà, dopo un periodo in cui davvero le mie facoltà cognitive sono state un po’ in bilico, ho ripreso con un certo slancio i miei interessi, con un fattore “x” in più: quella “saggezza” che l’invecchiare ci dona, come si dice -probabilmente per autoconsolarsi. Così sono più “clemente” con me stessa, ma anche meno disponibile ad avere pazienza eccessiva con le situazioni difficili: non mi va di sprecare energie, e cerco di farne un uso migliore. Così mi è capitato qualche volta in più del solito di arrivare in ritardo o non rispettare le check-list della giornata, anche se non è mia abitudine: e il mondo non è crollato, e poi quello che dovevo fare l’ho fatto comunque. Inoltre ho deciso di non avere più voglia di spiegare per l’ennesima volta le cose a chi non vuole capire/ritiene di sapere già tutto, in modo pregiudiziale e presuntuoso, senza avere la capacità di ascoltare o di leggere davvero (ah, l’analfabetismo di ritorno è molto più diffuso di quanto si creda…). Il dover convincere qualcuno a tutti i costi, il dover dimostrare qualcosa (o, peggio, di avere ragione) non mi appartiene: lascio a chi ne ha bisogno la sensazione di primeggiare, di vincere la sua battaglia di Pirro. Lo facevo anche prima, ma ora mi riesce meglio. Purtroppo ci sono delle cose a cui tenevo molto che si stanno letteralmente sgretolando. Anche in questo caso non è facile, ma mi dedicherò ad altro: la vita ci riserva bellissime sorprese e possibilità di compensazione inaudite. Basti pensare a come si comporta il nostro corpo: quando qualcosa non funziona bene si attiva per bilanciare in qualche modo questo deficit. Non lo risolve, ma qualche altra parte del nostro corpo diventa più sensibile, si muove in modo diverso, si sposta… Ed è fondamentale anche nella vita, per quanto possibile, trovare modalità per riequilibrare frustrazioni e perdite. Piano piano, un po’ alla volta, come si riesce.

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Nel 2016 per fortuna sono anche accadute delle cose stupende: a gennaio è uscito il libro scritto con Gaetano Cucchia, Didattica dell’ascolto nella scuola di base, edito dalla Progetti Sonori, editore che ha poi anche organizzato un corso di formazione a Roma. Personalmente ho molti riscontri positivi sulla pubblicazione, che mi caricano di entusiasmo! Grazie a ciò sto tenendo un corso anche a Firenze, organizzato dalla Rete Musica Toscana, che si concluderà l’11 febbraio prossimo. In questi corsi incontro sempre belle persone, curiose e desiderose di imparare, con le quali lo scambio di esperienze e saperi, arricchente e reciproco, è sempre intriso di emozioni. Ringrazio quindi tutti!

Nel 2016 ho anche continuato a studiare un po’ lo spagnolo -ma devo mettermi più seriamente: ecco un ottimo proposito da perseguire nel 2017! Ho seguito un corso on-line sulla progettazione didattica con le TIC tenuta dall’Università Tecnologica Nazionale di Buenos Aires.

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Questo corso obbligava i partecipanti ad aprire un blog, in modo da pubblicare direttamente in rete i compiti assegnati di volta in volta, favorendo la valutazione tra pari e l’intervento dei docenti. Pur con parecchi errori, non essendo la mia competenza linguistica di alto livello (soprattutto in relazione alla competenza attiva, cioè alla  capacità di produzione scritta e orale -ma scrivere non è semplice neanche nella propria lingua materna), ho pubblicato tutti i miei compiti riscontrando una solidarietà tra i colleghi di corso davvero gratificante. Ho così conosciuto, seppure virtualmente, altre persone e curiosato tra diverse professioni, tradizioni culturali e luoghi ignoti. Sarà sull’impianto del blog aperto in quell’occasione che ho intenzione di sviluppare il “ramo” spagnolo di MusicistinsegnantI: ma ho bisogno ancora di un po’ di tempo, e mi servirà anche l’aiuto della mia profesora!

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Per quanto riguarda MusicistinsegnantI è lì da qualche parte, in maturazione, il post “Solfeggio si/solfeggio no” che devo scrivere da tempo. Un argomento che volevo trattare subito dopo l’invito ricevuto da una scuola di musica dove ho ritrovato ex-studenti che hanno fatto proprie alcune proposte didattiche affrontate in qualche mio corso, e che ora utilizzano in quell’ambito. Un ambito interessante, di cui mi piacerebbe parlare in qualche modo. Vedrò come fare: magari attraverso un racconto? O meglio un piccolo saggio, una riflessione a voce alta, un articolato di cronaca? Non lo so ancora.

Giacciono in attesa di prendere vita anche il post sull’attenzione e la dispensa di psicologia della musica sulla simbolizzazione. Per ora non riesco a fare programmi oltre a questi. Chi mi segue sa che poi spesso scrivo altro, in base al momento. Ma il tempo è sempre tiranno, quindi preferisco scrivere poco ma con più attenzione. O almeno provarci.

Come dicevo sono diventata più clemente con me stessa e questo mi dà moltissima serenità. Quella serenità che auguro accompagni anche voi in questo 2017, auspicando che diventi spesso anche gioia, allegria e felicità!

Buon anno!

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A tutti voi che mi leggete, buon anno di cuore!!!!

Buon Natale!

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Ascoltando ascoltando… Dalle teorie alle pratiche

Sì avete letto bene, stavolta parto dalle teorie. In fondo dove lavoro mi sento sempre dire che sono una teorica (ma quando mai qualcuno è entrato in aula a vedere cosa faccio? mah…). E comunque, è vero: attraverso attività pratiche e discussioni di gruppo i miei studenti dovrebbero cercare di fissare alcuni aspetti strutturali dell’insegnamento della musica. Non dico apprenderle: ormai con corsi mordi-e-fuggi è impossibile parlare veramente di apprendimento (sic!). L’apprendimento vero, infatti, necessita di studio, approfondimenti, riflessioni, rielaborazioni personali, capacità di trasferire quanto imparato in diverse situazioni… Ovvero di tempo -come si dice: l’apprendimento è un processo, non un evento!

Ma non divaghiamo: un po’ di teoria non guasta! In fondo le teorie aiutano a sistematizzare i pensieri e le azioni, a dargli un nome, una logica, dei criteri di lettura…

In questo post cercherò di rispondere a chi mi chiede: perché non avete inserito nel libro Didattica dell’ascolto nella scuola di base la teoria di Stefani?

Schermata 2016-09-02 alle 16.30.59Ci avevamo pensato in effetti e, a onor di cronaca, devo dire che la reticenza è stata da parte mia, che dovevo curare, appunto, la parte teorica. Il fatto è  che le proposte operative che avevamo in mente, e abbiamo poi inserito nel testo, sono diversificate e varie e poggiano su modalità di ascolto che rispondono meglio a quanto descritto da Delalande. Ma né Delalande, né Stefani hanno ipotizzato una teoria sull’ascolto musicale, o una teoria sulla didattica dell’ascolto. Quindi cerchiamo di fare un po’ di chiarezza.

 

Stefani: musica come linguaggio e competenza musicale

Gino Stefani si occupa della musica come linguaggio: il che comporta, di per sé, una produzione di senso. Questa prospettiva dà per acquisito il superamento della famosa diatriba ottocentesca tra i fautori della musica che basta a se stessa, e chi invece riteneva quasi necessario il riferimento a qualcosa di extramusicale, come un testo, un titolo, un’immagine… Nel saggio di Stefani Una teoria della competenza musicale (G.Stefani, Il segno della musica, Sellerio, Palermo, 1987) ripreso quasi per intero in La competenza musicale (G.Stefani, Musica: dall’esperienza alla teoria, Ricordi, Milano, 1998), la ricerca dell’autore parte dal dare per scontato che, si voglia o no, il linguaggio musicale proprio in quanto linguaggio, è produttore di senso: chi fa musica può attribuirgli un significato intrinseco alla sintassi e alla grammatica che lo caratterizzano, tuttavia non di rado per imprimere un determinato “carattere espressivo” alla composizione o all’esecuzione di un brano ci si aiuta con riferimenti esterni: immagini, sensazioni, evocazioni… E chi fruisce dell’opera musicale tende facilmente ad attribuire un significato a ciò che ascolta.

Come avviene per il linguaggio verbale, la produzione di senso avviene all’interno di un determinato contesto culturale. Impariamo a parlare una determinata lingua e ad attribuire significato alle parole perché viviamo immersi in una determinata società, così come apprendiamo le prime basi grammaticali in modo inconsapevole, attraverso un quotidiano percorso di “acculturazione” mediante il quale, ad es., siamo in grado fin da piccoli di costruire frasi di senso compiuto, con una corretta costruzione (soggetto, predicato e complemento) e la modalità espressiva adeguata (l’intonazione ascendente di una frase interrogativa). Questo saper-fare e sapere inconsapevole sono definiti in campo linguistico “competenza”. Si parla ormai da decenni del “bambino competente” (da Bruner a Juul, per dire), riconoscendo che quando andrà a scuola non è la tabula rasa che si pensa, ma è già una lavagna su sono scritte molte cose, un vaso già riempito ampiamente, un ideatore-inventore. Questa competenza “generale” non si riferisce solo al linguaggio verbale, ma a molti argomenti e linguaggi, tra cui ovviamente la musica.

«Pensiamo alla competenza in senso generale, che comprenda il sapere e il saper fare e il saper comunicare: in sintesi come la capacità di produzione di senso mediante e/o intorno alla “musica” nel senso più lato, ossia a tutta quell’immensa ed eterogenea massa di pratiche collettive e di esperienze individuali che implicano i suoni e che in occidente siamo soliti mettere sotto quel denominatore comune; “musica” quindi senza discriminazioni, in modo assoluto. La nostra domanda è dunque: in che modi la cultura euroccidentale produce senso con la musica?»

Chiarito il tema della ricerca Stefani spiega come ha elaborato il suo Modello della Competenza Musicale generale, o comune. Comune a tutti: sia a chi vive la musica in modo “normale” all’interno della propria vita, cioè possiede una competenza “popolare”, sia a chi vive la musica come qualcosa di molto importante o addirittura a livello professionale, e quindi possiede una competenza “colta”. La produzione di senso mediante (cioè facendo musica) o intorno alla musica (ossia ascoltandola) si può analizzare secondo Stefani sulla base di cinque livelli, dal più generale-antropologico (legato alla sensorialità e ai principi logici di base), al più specifico (attribuendo un’identità all’opera), passando per le pratiche sociali, le tecniche musicali e gli stili, come illustrato qui di seguito riferendosi espressamente all’ascolto:

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schermata-2016-11-30-alle-16-55-52

schermata-2016-11-30-alle-16-55-59Nella prima stesura del saggio Stefani tenta di analizzare questi livelli dapprima in senso gerarchico, osservando che chi ha una competenza specifica, come i musicisti, tenderà a privilegiare nelle produzioni di senso (che possiamo definire “interpretazioni”) i livelli più elevati, mentre chi non possiede una competenza specifica/specialistica tende ad utilizzare i livelli più bassi:

schermata-2016-10-18-alle-12-27-24schermata-2016-10-18-alle-12-27-30Tuttavia già in questa prima stesura l’autore trova più interessante il tipo di relazione che si svolge intorno all’oggetto musicale. In questo modo si possono comprendere diversi tipi di competenza, come ad esempio quella amatoriale che si muove sui livelli intermedi.

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Nella stesura del ’98 l’idea gerarchica, che già sembrava limitante all’autore, scompare completamente, riuscendo a evidenziare meglio che la teoria è pensata per livelli non in senso gerarchico ma dal generale al particolare:

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Utilizzando questa teoria nella pratica dell’ascolto musicale si privilegia quasi esclusivamente una fruizione di tipo semantico,  in cui si dà un significato a ciò che si ascolta. Sono le situazioni in cui si può chiedere agli allievi: A cosa vi fa pensare questa musica? Se questa musica raccontasse una storia, cosa racconterebbe? Se doveste disegnare questa musica, cosa disegnereste? Se questa musica descrivesse dei personaggi, come sarebbero (tratti somatici, abiti, carattere, …)? Dove si potrebbe ascoltare questa musica (chiesa, stadio, teatro…)? Secondo voi questo brano è antico o moderno? Definireste questo brano triste o allegro? Ecc.

Tuttavia nessuna attività didattica significativa si può fermare all’interpretazione, ma abbisogna di relazionare le associazioni evocate con le strutture musicali: solo così infatti è possibile giustificare interpretazioni anche molto diverse di uno stesso brano, e solo così si potrà parlare di apprendimento. L’attività di ascolto semantico è invece stata spesso fraintesa. Proposta tradizionalmente come modalità attraverso cui era assolutamente necessario riferirsi all’interpretazione voluta dal compositore (per cui ad esempio la Primavera di Vivaldi doveva essere disegnata o descritta come “primavera”, e se qualcuno ci avesse sentito qualcosa di diverso, apriti cielo!), con la conseguente limitazione del repertorio al solo repertorio di musica “a programma” o “descrittiva” ritenuta “più facile da ascoltare per la competenza popolare” -e quindi in una direzione completamente opposta a quanto dimostrato dalla teoria di Stefani. Oppure, al contrario, proposta come attività “creativa” (ma in realtà ricreativa) secondo cui si poteva raccontare o illustrare qualsiasi cosa: fermandosi lì, per cui il lavoro- tutt’al più adatto ai bambini della scuola dell’infanzia- rimaneva costretto a mero stimolo all’ascolto, cioè “sempre meglio che non fare niente di musica” (questo perché non si sapeva come proseguire o come motivare che ad es. qualcuno associasse a un brano immagini legati alla tristezza e qualcun altro alla serenità se non addirittura all’allegria: com’era possibile la presenza di evocazioni contrastanti all’ascolto di uno stesso brano? Per non parlare di chi, trovando assurda questa attività, in quanto la musica appunto basta per esprimere se stessa, non  si poneva certo questioni sull’utilità di una didattica dell’ascolto proposta in questo modo, ma trovava comodo impegnare gli allievi in qualcosa che poteva facilmente essere passato come attività in linea con slogan pedagogici moderni, come “l’espressione del sé”). Ciò che spesso è mancato in questa falsa didattica dell’ascolto è il fondamentale momento della problematizzazione. L’interpretazione del brano deve essere infatti solo il punto di partenza per cercare di capire e conoscere. Perché questa musica ci fa pensare a queste cose, evoca queste situazioni, emozioni, personaggi, abiti, luoghi, momenti storici? Che cosa c’è nella musica che ci suggerisce queste evocazioni? Cosa nello stesso brano può essere associato alla tristezza e cosa, invece, alla serenità o all’allegria? Di conseguenza a partire da una riflessione o discussione più analitica si possono innescare i momenti di spiegazione: questa musica ci fa pensare alla chiesa  perché ha queste caratteristiche, infatti certa musica “da chiesa” si serve di …(questi timbri, queste scale, ecc.).  Questa musica può essere percepita come triste perché ha queste strutture/tecniche che si chiamano…(scala minore, ritmo lento, suoni gravi o discendenti…). Ecc. Naturalmente i lavori che hanno illustrato questi fondamentali momenti didattici sono moltissimi e alcuni li trovate citati nella bibliografia del libro Didattica dell’ascolto nella scuola di base edito dalla Progetti Sonori.

Nel momento di scegliere lo sfondo teorico volevo quindi sia evitare di ripetere teorie e pratiche già ampiamente descritte nel campo della didattica musicale, sia illustrare senza ombra di dubbio la necessità di riferirsi ad aspetti teorici che danno una motivazione più ampia e al tempo stesso particolareggiata delle modalità di ascolto spontaneo e di come possiamo riutilizzarle a scuola in percorsi di apprendimento reale,  significativo.

Delalande e la relazione uomo-musica

Come spiego nell’introduzione al libro (che potete leggere cliccando qui) Delalande ha cercato di approfondire la relazione uomo-musica, con uno sguardo che comprende al tempo stesso:

  1. aspetti antropologici: nella ricerca di universali in musica;
  2. aspetti musicali: nel nuovo concetto di musica/musiche introdotto dalla composizione nel Novecento (e in particolare la musica concreta che utilizza suoni e rumori per rielaborarli elettronicamente);
  3. aspetti psicologici: nel tentativo di applicare allo sviluppo musicale le fasi descritte da Jean Piaget.

Ne emerge una teoria in cui si ipotizza che i veri universali in musica siano le condotte musicali, simili alle condotte che consentono la relazione uomo-ambiente attraverso il gioco. Condotte che si attivano prima di tutto mediante l’uso del corpo (sensorialità e movimenti) portando alla produzione di musiche -nel senso più ampio del termine: in base ai movimenti che si fanno si ottengono effetti sonori diversi- e, nell’ascolto, utilizzando movimenti e gesti in sintonia con la musica. Condotte che sfruttano anche la nostra capacità immaginativa, nell’associare a immagini e sensazioni movimenti produttori di suono, caricati quindi significato, o nel collegare a brani che si ascoltano  evocazioni, emozioni, ricordi… Condotte che, infine, utilizzano la necessità di organizzare movimenti – e suoni ottenuti- in prodotti di senso, con l’uso di regole autoimposte, o conosciute mediante immersione in un contesto, quindi ancora implicite oppure già esplicitamente applicate: nell’ideare prodotti musicali originali, nell’eseguire prodotti d’autore, nel riconoscere tali regole all’ascolto.

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In pratica la teoria di Delalande riesce a spiegare come l’essere umano si relazioni con il mondo dei suoni, come sia un bisogno per l’uomo creare musica, come queste creazioni prendano vita in base a organizzazione di movimenti, sensazioni, emozioni e vengano strutturate in grammatiche e sintassi differenti a seconda del gruppo umano che le crea e le fa proprie, dando origine a diverse forme di linguaggio musicale. Produrre musica significa dare vita a qualcosa di reale e concreto (pur nell’effimero della temporalità e temporaneità) di cui il primo fruitore è lo stesso ideatore/esecutore. Questa universalità può essere presa come idea di fondo che guida le attività didattiche, nelle quali si sfrutta la tendenza spontanea all’uso del corpo, dell’immaginazione e la necessità di organizzare i suoni in prodotti di senso o riconoscere nei brani un’organizzazione, una struttura. Nascono così le diverse proposte didattiche di cui nel libro sono riportati solo alcuni esempi, di sicura ricaduta e semplice rielaborazione in base al contesto in cui si lavora.

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 Conclusioni

Per semplificare potremmo dire che per sviluppare la competenza generale acquisita attraverso l’acculturazione, iniziando quindi almeno quella prima alfabetizzazione del linguaggio musicale che è richiesta negli orientamenti programmatici della disciplina “musica”, è necessario in ambito scolastico proporre attività di produzione e ascolto collegate tra loro. Si lavorerà quindi per approfondire le competenze spontaneamente acquisite sul linguaggio musicale e -dove possibile o qualora necessario- rendere edotti i nostri allievi delle regole grammaticali e sintattiche del linguaggio musicale che usiamo nella nostra cultura: il sistema tonale. L’applicazione dell’ascolto semantico utilizzato da Stefani come modalità di ricerca sulla competenza musicale generale e adottato in ambito didattico come strumento che dall’evocazione (ascolto simbolico, per dirla con Delalande) porta alle strutture sonore che le hanno generate (ascolto di regole) non può prescindere dal fondamentale apporto dell’uso del corpo, che rimane lo strumento privilegiato di relazione con l’ambiente ancor prima della necessità di dare un senso a ciò che si tocca, si sente, si annusa… (sensomotricità). La teoria delle condotte, quindi, può essere messa in relazione con quella sulla competenza: ma la competenza si sviluppa attraverso le condotte! Ecco che la teoria delle condotte musicali risulta quindi un riferimento teorico più facile da descrivere, comprendere e declinare in proposte didattiche varie ed articolate.

Se avete avuto la pazienza di leggere tutto vi ringrazio:  i più curiosi saranno soddisfatti (?), i meno curiosi hanno qualche informazione in più. Comunque se comprate il libro è… tutto più pratico e semplice (provare per credere)!

Incontri sull’ascolto a Firenze

Sabato inizio un corso rivolto a docenti di scuola primaria selezionati dalla Rete Musica Toscana su un curriculum specifico, al fine di creare un gruppo di insegnanti esperti nella disciplina musica inseriti nell’organico d’istituto. Anche stavolta mi occupo di ascolto. Trovate il programma cliccando qui.

A presto!

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