L’Italiano è bello, da domani in libreria

Buongiorno a tutti,
non riesco a scrivere in questo periodo malgrado i mille pensieri che mi frullano e almeno dieci post già composti nella mia mente. Quindi, in attesa che prendano concreta forma, vi invito leggere la presentazione di questo libro e a comperarlo: abbiamo tutti bisogno di ricordarci che l’italiano è bello!

Il nuovo mondo di Galatea

Insomma, dai, ci siamo, esce domani. Negli store on line e sugli scaffali delle librerie (le migliori, ma anche le peggiori, per farla breve: tutte) lo troverete lì, che vi aspetta. L’Italiano è bello, il mio nuovo libro.

La prima presentazione sarà a Bologna, venerdì 6, alla libreria Trame. Ci sono molti motivi per cui amo Bologna, ma la cosa divertente è che la amava moltissimo anche uno dei protagonisti del libro, cioè Dante. Già, perché tutti pensano sempre che Dante sia quello che ha inventato l’italiano partendo dal fiorentino, ma non è proprio vero. Lui amava invece il bolognese, perché pensava che quel volgare lì, nato in una città in cui gli eruditi e la nobiltà di toga si incrociavano con i mercanti e i nobili e dignitari imperiali fosse quella più adatta a creare una lingua per tutta la penisola. Sempre a Bologna studiò anche Petrarca…

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Effetto sorpresa

“Con Clown Lola ci hai veramente spiazzate!” è stato uno dei primi feedback ricevuti da alcune corsiste. Certo, aspettarsi la “prof di pedagogia musicale” e ritrovarsi una clown!

E voi, usate l’effetto sorpresa nella vostra didattica?

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Probabilmente sì. Tutte le volte che i vostri alunni/allievi/scolari/studenti/corsisti/ partecipanti alle vostre lezioni/incontri/corsi si aspettano qualcosa e ne accade un’altra voi lo usate, ricorrendo felicemente a un dispositivo che garantisce, sempre: sorpresa, meraviglia, quindi curiosità, quindi motivazione, quindi attenzione e partecipazione. Ergo: se la vostra proposta è ben congegnata avete tutte le carte in regola perché lasci il segno, tiri fuori l’entusiasmo -e non solo- e quindi favorisca l’apprendimento. Quello vero.

Due piccoli esempi che sono emersi parlando con le corsiste:

  • Oggi la maestra è senza voce: cerchiamo di capirci comunque, ricorrendo alla comunicazione non verbale.
  • Questa mattina la maestra fa lezione cantando.

Perché non fare diventare la sorpresa una vera e propria ambientazione, per inserirvi le attività? Ad es.

  • Siamo tutti rimasti vittima del sortilegio del mago del silenzio, come potremo comunicare? Ovviamente alla fine si troverà una formula magica-musicale che riporterà anche i suoni, la voce e le parole. Ma esiste davvero il silenzio? La ricerca del silenzio è uno dei giochi più appassionanti per piccoli esploratori armati di registratore, o semplicemente delle proprie orecchie, che alla fine della ricerca – e talvolta sconsolati – devono ammettere che in realtà quando sembra esserci il silenzio, c’è sempre qualche rumore/suono nell’aria!
  • La fata canterina ci fa un incantesimo che dura una settimana/un mese: ogni lezione per dieci minuti possiamo solo comunicare cantando. Quale occasione migliore per sviluppare la competenza melodica orale? Come si canteranno le domande? E le risposte? Funziona ugualmente nella musica? Cerchiamo qualche esempio nel repertorio che conosciamo.

Ancora:

  • Oggi vorrei far suonare gli strumenti ai miei alunni: mi aspetto già un gran mal di testa nel momento in cui devo distribuire gli strumenti! Sorpresa: gli alunni devono andare a prendere il proprio strumento dalla scatola/cesta/armadio/angolo uno alla volta, inventando un modo buffo di camminare. Il resto della classe sonorizza con la voce la sua andatura. Al ritorno l’alunno esegue con lo strumento scelto un proprio modulo ritmico per presentarsi agli altri che ascoltano. Attività conseguente: man mano che il numero di strumenti aumenta otteniamo improvvisazioni vocali-strumentali da parte del gruppo, alternate al “solo” di chi ha preso lo strumento. Ulteriori sviluppi: invece di continuare con le improvvisazioni, il gruppo può essere organizzato in sequenze ritmico-melodiche definite (dall’insegnante o da qualche allievo stesso, anche prendendo spunto da qualche formula che è particolarmente piaciuta), a cui le andature degli alunni si devono adeguare. Resteranno le improvvisazioni dei “soli”. Una volta che tutti hanno il proprio strumento in mano si prosegue con l’attività prefissata. Osservazioni: ci si mette troppo tempo? È vero, ma intanto abbiamo utilizzato un “tempo morto” per un’attività musicale. Sorpresa anche per noi docenti? Piace! (e intanto si esercitano).
  • Oggi invece di fare lezione, mi dispiace ma dobbiamo pulire l’aula. Sorpresa: spazzoloni e secchi diventano strumenti per eseguire sequenze ritmiche alla maniera dagli Stomp. Una carica di energia e un lavoro sul ritmo da riprendere al più presto. Intanto potete darci un’occhiata:

A volte le sorprese le riservano i nostri allievi: se ci sembra il caso, prendiamo spunto da loro osservazioni o racconti o qualcosa per regalarci un effetto sorpresa. Poi con la programmazione a posteriori, potremo inserire il tutto nel nostro percorso. Nel frattempo, evviva! Il coinvolgimento è assicurato!

Personaggi-guida e ambientazioni

 

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Eccomi qui nei panni di Clown-Lola, il personaggio che mi ha sostituita nella prima parte degli incontri a Treviso a causa di un fantomatico problema con i treni. Le corsiste sono state al gioco e per un’ora e mezza hanno partecipato attivamente, costrette a capire cosa dovevano fare interpretando i gesti della “supplente”, che non ha parlato quasi mai: si è concessa solo un “Clown Lola: oui il est moi” e poco altro (con una vocina stridula che ve la raccomando 😀 ).

L’uso di un personaggio-guida o di un’ambientazione non sono certo un’idea nuova. Soprattutto con i più piccoli questo dispositivo didattico consente una piena adesione al gioco simbolico e una partecipazione affettivo-emotiva che gli consente di calarsi nei panni dei personaggi, vivere insieme a loro le diverse avventure che gli accadono,  aiutarli, imitarli.

Gli esempi non mancano.

Ho conosciuto un sarto che fra le diverse avventure che propone una volta ha coinvolto i bambini di una scuola dell’infanzia nella ricerca della propria valigia piena di stoffe, raccontando loro di viaggi in paesi esotici per trovare la lana dei cammelli o delle pecore più pregiate, a cui si “fa la barba”. L’esperienza tattile e sensoriale al ritrovamento del bagaglio, era intrisa di tutte le conoscenze passate mediante i racconti. Un’esperienza unica e coinvolgente su un tema generalmente non affrontato a scuola: le stoffe!

Sarete anche voi a conoscenza del metodo simultaneo dell’Istituto Comprensivo Trescore Cremasco  pensato per l’apprendimento della letto-scrittura nei primi dieci-quindici giorni della prima classe elementare. Il racconto di una storia consente di svolgere diverse attività, comprese attività musicali, che introducono i bambini nel magico mondo delle parole e delle lettere che le compongono.

E che dire di quelle educatrici di nido che scelgono un’ambientazione per far giocare i loro cuccioli con i colori e i suoni, anche fantastici? Ricordo un’aula che nel giro di un mese è stata decorata con i colori del bosco (l’ambientazione scelta in quell’occasione), fogli e rami, disegni di animali; bottiglie e lattine appese e mosse dal “vento” fatto dai bambini, suoni vocali lanciati in un tunnel creato con giochi di plastica. Dopo qualche mese si lavorò invece all’ambientazione mare, ricreando colori e suoni di un luogo più aperto e solare. Analogamente, la vicina sezione dell’infanzia propose ai bambini anche suoni che evocano il rumore delle onde, riempendo i palloncini con la pastina, realizzando suoni del sole con triangolo e sonagli, mentre nel bosco erano apparsi legnetti  e fantasiosi tamburi della famiglia degli orsi.

I testi di didattica strumentale sono ricchi di personaggi-guida che illustrano passo-passo le nuove cose da apprendere o dove l’ambientazione invita a realizzare le attività (esempi: Thompson, Piano course, vol. I; Simoni, La tastiera incantata).

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Il mio preferito è il testo di Cristina Citterio, Al pianoforte senza le note, New media edizioni didattiche, 2006, nel quale il draghetto SolDo esplora lo strumento nelle diverse possibilità dinamiche, ritmiche, e le altezze, ponendo le basi per un percorso successivo più tradizionalmente inteso.

E Clown Lola?

Non si rivolge direttamente ai bambini, ma potrebbe anche farlo, o essere sostituito da un personaggio che meglio vi confà.

Clown Lola ha un trucco che evidenzia gli occhi e la bocca, potendo così porre in primo piano le espressioni mimico-facciali, necessarie per farsi capire.* Viene utilizzata quasi esclusivamente la CNV (Comunicazione non verbale): il che consente alle corsiste di partecipare attivamente, obbligandole a una grande attenzione e al silenzio (se sapete cosa significa lavorare con 30 maestre, mi capite) 🙂 !

Scherzi a parte, la possibilità di evitare la parola, favorisce la compartecipazione, anche affettivo-emotiva, in quanto tutto sommato fare le cose insieme a un clown è piuttosto divertente, anche se si lavora sodo!

Clown Lola saluta dicendo “HOLA!” (in effetti lo spagnolo le gusta muchísimo), fa fare la ola e quando si calma o termina qualcosa dice sempre “Oh, là!”…  E il gioco con le assonanze -e quel che ne deriva- potrebbe continuare: è questo gioco che ha dato origine al nome (ha il copyright, quindi vietato copiare!), come si usa fare spesso nei giochi di parole e nel teatro comico.**

Clown Lola ha portato le corsiste ad esplorare vari aspetti della musica: provare a cantare la stessa canzone con diverse emozioni (quindi interpretare utilizzando inconsciamente le “regole” musicali -simili a quelle del linguaggio verbale- legate a: agogica (velocità), dinamica (volume), uso di pause, timbro, scansione più o meno chiara delle parole/sillabe, etc.); ritmo (velocità, pulsazione in alternanza suono silenzio, cellule ritmiche semplici -utilizzando solo le suddivisioni del tempo semplice in rapporto 1:2); altezze (suoni alti/bassi; che salgono e scendono); intervalli (solo due: una terza maggiore discendente, ricavata dalla pubblicità della Ricola e quindi ben presente nell’immaginazione sonora di tutte, e una quinta ascendente: intervalli molto differenti, per lavorare così sul contrasto percettivo e favorirne la differenziazione). Attività di esecuzione per imitazione (cioè mediante l’oralità), di simbolizzazione, lettura e riconoscimento all’ascolto. Le coreografie sulle danze (due brani tradizionali USA col “mixer”, cioè il cambio partner), apparentemente solo ricreative, contenevano cellule ritmiche e consentivano di interiorizzare la forma basata su ripetizioni e contrasti.

Un “modo di fare” tipico delle attività proponibili ai più piccoli, ai quali non chiediamo di capire, ma semplicemente di giocare immersi nella situazione e di fare in modo da appropriarsi in maniera inconsapevole delle strutture di un linguaggio che verrano poi gradualmente esplicitate quando saranno più avanti, cioè avranno le capacità cognitive adeguate per farlo e anche la motivazione più indirizzata a divenire protagonisti della propria conoscenza. Ma di questo -affrontato nella seconda parte del corso- parlerò un’altra volta. Forse.

E con questa promessa incerta vi saluto e come farebbe Clown Lola:

Hola!

oooooooooola

Oh, là!!!!!!!!!

 

*: per il trucco e i consigli ringrazio moltissimo Monica Zuccon.

**: per gli spunti sulla costruzione del personaggio e le modalità di lavoro del teatro comico ringrazio moltissimo Domenico Lannutti.

Corso estivo

Ai primi di luglio mi trovate qui! Ci vediamo…

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Avere cura

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Il tema della cura mi sta molto a cuore, forse ne ho già parlato ma in questo momento sono troppo pigra per andare a vedere dove e organizzare un link (sì non è più aprile, ma la stagione del letargo quest’anno non si decide ad andarsene…).

L’avere cura è una questione strettamente legata al tempo: avere tempo di dedicarsi a qualche cosa, ma anche saper utilizzare molto bene il tempo a disposizione per fare qualche cosa bene. Solo che quando ci si dedica con cura a qualsiasi cosa il tempo si dilata: ve ne siete mai accorti?

A voi cosa viene in mente quando si parla dell’avere cura? Io vedo mani sapienti che curano le piante (cosa che non so assolutamente fare), o che si dedicano alla cura degli altri (cura non solo di persone bisognose, perché malate o qualcosa di simile, ma anche cure definite “estetiche” che spesso fanno molto più bene all’anima che al corpo: se trovate un centro che sa prendersi bene cura di voi vi farà davvero molto bene!), o che si dedicano a costruire qualcosa di bello, come le mani che intrecciano fili colorati nella tessitura, nel ricamo, nella confezione di un abito…

E poi c’è la cura dell’anima, strettamente legata al corpo: viene consigliato anche a chi è giù di corda di uscire a passeggiare in mezzo alla natura, stare al sole -che non fa male: la serotonina ci serve per sorridere di più!; cantare (canta che ti passa) o ridere (ridi che ti passa): a me piace il cabaret, ad esempio, e quando riesco mi regalo uno spettacolo comico, ma anche un bel concerto! Insomma, circondarsi di bellezza: a noi occidentali in fondo piace pensare che l’arte sia legata alla bellezza e anche se nel Novecento in campo artistico tutto si è rivoluzionato, e probabilmente ce n’era bisogno, di fronte alla bellezza non ce n’è per nessuno. Altrimenti come giustificare che tutto il mondo vuole assolutamente andare a vedere dal vivo la reggia di Caserta o la Monnalisa?

L’avere cura mi riporta a tanti anni fa quando ho avuto studenti e studentesse che curavano non solo i contenuti degli elaborati per le verifiche, ma anche il modo di presentarli, aggiungendovi illustrazioni colorate, scegliendo carte pregiate, disegnando copertine. Non li ricorderei piacevolmente se si fossero limitati a questo, ma dava un valore aggiunto ai contenuti e si poteva benissimo leggere come: ci tengo a fare una cosa fatta bene, anche bella non solo “buona”.  È un po’ lo stesso concetto di presentare un bel piatto, da gustare prima con gli occhi e poi con il palato: se non è buono la delusione sarebbe molto più evidente, ma la cura della presentazione di solito si accompagna a quella della ricetta, dalla selezione degli ingredienti agli accostamenti degli stessi.

L’avere cura fa parte del percorso dei musicisti fin dalla loro formazione, se la formazione è svolta all’insegna di questo concetto. Non devi studiare tanto per accontentare il maestro. Provi e riprovi, giochi a modo tuo, ripeti perché tu stesso ci tieni, entri in una sana competizione con te stesso e vinci la soddisfazione di sentire che stai migliorando, che la tua tavolozza di colori sonori si sta arricchendo, la tua capacità di cogliere il senso della musica nascosto tra le righe dei pentagrammi sta diventando sempre più profonda. Quanto più l’esperienza si svolge a tutto tondo, tanto meglio l’avere cura è una tua esigenza. I musicisti bravi, così come i pittori, gli attori, i fotografi, gli scultori, i danzatori, i tecnici, e tutti quelli che fanno bene quello che fanno, studiano nell’accezione più ampia del termine: leggono, si informano, fanno esperienza, girano, guardano cosa fanno gli altri (non tanto nell’accezione di competitor da vedere come “nemici”, ma nel senso di vedere altri modi di fare, avere spunti, “rubare qualcosa” -qualcuno di famoso ha detto che rubare è da artisti, copiare da imbecili, mi pare). Insomma “quelli bravi” si danno da fare e anche tanto, ma soprattutto perché gli piace. Non confondiamo “quelli bravi” con “quelli famosi”: lì a volte le cose non coincidono, ma il discorso sarebbe ungo e deprimente e non ho voglia di deprimermi (vedi sopra).

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Quello che qui interessa è che come musicistinsegnanti dobbiamo tenere a mente l’avere cura nella nostra attività, insegnare ai nostri allievi (sfida sempre più complessa in un mondo che sembra volgersi sempre più alla velocità e alla superficialità). Nella nostra cassetta degli attrezzi dunque dobbiamo avere:

  • La capacità di entrare in una relazione il più possibile positiva con i nostri allievi: che significa prima di tutto non giudicarli! E poi ricordarsi che: loro non sono noi, sono diversi da noi, magari hanno interessi, gusti, motivazioni, esperienze diverse da noi!
  • La capacità di sapere vedere nel qui e ora cosa è possibile con questo determinato allievo, in questo determinato contesto, nel mio determinato ruolo…
  • La capacità di sapere che quello che seminiamo potrebbe essere una pianta lunga a crescere, e quindi imparare a saper leggere i segnali, saper osservare ciò che accade. Forse non vedremo mai l’albero, ma qualche fogliolina, magari seminascosta dalla terra, sì!
  • La capacità di avare aspettative reali e di saper stimolare i nostri allievi: non abbassare troppo il livello, altrimenti si annoiano; non alzarlo troppo, altrimenti si frustrano.
  • La capacità di sapere cosa stiamo facendo, cosa stiamo insegnando: non è la stessa cosa insegnare a suonare uno strumento in un contesto professionalizzante e in uno educativo; insegnare “musica” potrebbe non coincidere con insegnare “a leggere le note”, soprattutto se i vostri allievi sono piccoli!
  • Conoscere tante, tante, tante strategie di lavoro e valutare di volta in volta se e quali sono più adatte.
  • Conoscere tanto, tanto, tanto repertorio: di giochi, di canti, di canzoni, di brani musicali da suonare e da ascoltare!
  • Avere voglia di divertirsi facendo le cose insieme ai nostri allievi, essere stimolanti, imparare a valutare quando è il momento di far fare a loro e quando è meglio essere direttivi, alternare le strategie di lavoro in modo da rendere il nostro stile il più dinamico possibile, avere chiari uno o due obiettivi minimi principali su cui lavorare molto, e ricordarsi che sugli altri stiamo probabilmente seminando: non si può fare tutto e non si possono ottenere risultati su tutto.
  • Insegnare a studiare è fondamentale! Se pensiamo che i nostri allievi ci arrivino da soli e diamo per scontate molte cose, è meglio che cambiamo mestiere.
  • Un pizzico di amore qua e là, almeno ogni tanto, farebbe tanto bene a tutti e “passa” e coinvolge profondamente. È come quando un attore recita e tu non vedi il signor tal dei tali che recita, ma vedi Il Personaggio: questa credibilità non è di tutti e forse dovremmo imparare a capire quanto e cosa riusciamo a trasmettere.
  • Chiedersi: ne vale la pena, per me? E decidere se sì. Se avete dubbi pensateci bene: state giocando con la vostra vita, il vostro benessere e il futuro altrui!

Aprile, dolce dormire? Macché!

Ebbene, anche Pasqua è passata in un soffio, come l’avete trascorsa?

Eh già, nemmeno gli auguri ho postato, quest’anno.

Il fatto è che nel mio uovo la sorpresa è stata una brutta influenza e quando ho avuto un po’ di tempo mi sono dedicata a preparare qualche deliziosa leccornia per festeggiare come si deve. Così è andata e aprile, che per il proverbio porta con sé una dolce pigrizia e il calendario sembrerebbe confermare con festività e ponti, nel mio caso invece è un inseguimento a cercare di star dietro alle to do list che immancabilmente non riesco a rispettare. Il blog è il primo a subirne le conseguenze.

Ma non è un post di lamentele!

Ho avuto anche altre sorprese piacevoli, ad es. una bella recensione sul libro Didattica dell’ascolto nella scuola di base:

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E anche il resoconto dell’editore: beh, qualche centinaio di copie è stato venduto ed è una bella soddisfazione!

Se non ce l’avete ancora, cosa state aspettando?

A presto, allora!

Il Maestro di solfeggio: lo spot

– C’era una volta…

– Un re!

– Ma no… C’era una volta…

– Un pezzo di legno!

– Ma… No, che c’entra? No, no, questa storia è diversa! C’era una volta Il Maestro di Solfeggio!

– Il Maestro di Solfeggio? E proprio così pomposamente lo devi dire? E che storia sarà mai…

– Ascolta…

Do, re, mi, fa, sol, la, si do, si, la sol, fa, mi, sostien la voce e non stonar! Riprendi fiato e non strillar! Su, via, no, non va mal, ricominciando, meglio andrà. Quando ascendi rinforza il suon, e discendendo l’addolcirai, attenzion!”

– Ma… Che mi sta a significare, che il solfeggio c’entra con la lezione di canto?

– Eh sì, mi sta proprio a significare che il solfeggio ha a che fare con il canto!

– No, ma scusa, l’hai visto il sondaggio? E ora chi glielo dice a tutti questi che hanno scritto che il solfeggio viene prima della musica, che si potrebbe fare qualcosa di diverso…

– Eh mica glielo diciamo noi! Gli diciamo di guardarsi “Il Maestro di Solfeggio”. E noi ce ne andiamo a pranzo. Ti sta bene così?

– Mi sta bene sì! Tanti saluti!

Il Maestro di Solfeggio: prossimamente sui vostri monitor!