Chick Corea e i giochi da importare a scuola

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Mi è sempre piaciuta l’idea di trasferire a scuola quelle esperienze di coinvolgimento del pubblico tipiche degli spettacoli di cabaret o dei concerti-spettacolo diversi da quelli classici.

Al pedagogista che spinge i futuri insegnanti a utilizzare l’improvvisazione come metodologia, provando loro stessi in prima persona a farlo, capita non di rado di trovare resistenze -«Oh no la prego, questa cosa mi crea una insostenibile inibizione…»- di fronte alle quali è meglio fermarsi per non arrabbiarsi, dato che gli stessi personaggi non provano alcuna inibizione nel fare commenti a sproposito durante le lezioni o nello scrivere scemenze nelle prove d’esame. Gli altri, ancora poco convinti, sentono poi la necessità di evitare, per i propri progetti didattici, tutte quelle sonorità “strane” e quei dialoghi così “poco musicali” che, seppur presenti in parecchia letteratura musicale del Novecento, riescono incomprensibili e sgradevoli alle orecchie di chi è avvezzo alla musica tonale e al “bel suono”. Ecco quindi una miriade di proposte tutte più o meno uguali, dove l’uso della scala pentatonica la fa da padrona. Naturalmente, meglio di nulla, ed è vero che funziona… Ma che fatica, eh? Almeno tanta quanta fa sembrare improponibile ad alcuni futuri insegnanti di strumento pensare di utilizzare il canto come mezzo privilegiato per apprendere le melodie da suonare, specie se gli allievi sono in quella fascia d’età dove cantare sembra una tortura, solo perché qualsiasi cosa abbia a che fare con il proprio corpo potrebbe essere percepito come un modo per essere messi alla gogna.

Allora è meglio, molto meglio, che questi futuri insegnanti vadano a scuola dagli attori o dagli artisti. Non ce n’erano molti ieri sera, a Cortina, a sentire Check Corea. Un vero peccato! Perché, oltre a sentire uno dei più grandi musicisti viventi, che interpone dei veri e propri “tropi” improvvisati tanto a Gershwin quanto alle sonate di Domenico Scarlatti, si sarebbero divertiti a sentirlo ideare ritratti musicali di persone offertesi dal pubblico, e avrebbero apprezzato (forse: ma chi lo sa? I più restii sono duri a capire… Ma pedagogicamente diamo speranza a tutti) non solo le esecuzioni sia di canzoni sia di brani appartenenti ad un repertorio colto, ma anche i momenti in cui, semplicemente invitandolo con un gesto della mano, il pubblico ha imitato le frasi melodiche di una Mazurca di Chopin, o accompagnato con un accordo a cinque parti la canzone in ritmo sudamericano. E che dire di quando Corea ha invitato sul palco qualcuno del pubblico che volesse suonare il piano con lui? Beh, credo non si possa dire che Corea non se ne intenda di improvvisazione: la serata era spesso inframmezzata di standard su cui ha volteggiato con mani ancora pronte (alla bella età di 74 anni!). Eppure proprio lui ha proposto di iniziare con dei cluster e delle imitazioni a dir poco azzardate! Improvvisando con i giovani che si sono offerti volontari, non sono mancati gli effetti sulle corde e polifonie particolarissime, che non sentivano molto la mancanza di armonia né tonale, né jazz né in qualche modo più “orecchiabile”.

Perché? Semplice:  lo scopo era il puro divertimento con la musica, e qualcosa è uscito (esce sempre) niente affatto sgradevole! Il pubblico si è divertito ed ha apprezzato. I giovani si sono lasciati andare al gioco. Ci sarà tempo, eventualmente, per ripensarci e per approfondire, sì da imparare anche gli standard e le armonie che “suonano bene tra loro” secondo certi schemi e grammatiche. Ma intanto il ghiaccio è rotto. E questo è ciò che davvero conta!

Quindi a chi si prepara a diventare insegnante di musica e strumento dico:  andate a sentirli, questi personaggi. E cercate di cogliere il principio, intanto. Poi il resto, se lo volete, verrà.

PS: Potete far cantare i vostri allievi sulla scala pentatonica come in un celebre filmato di Bobby Mc Ferrin di cui ho parlato qui.

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