Il coro è uomo

In questo periodo all’Accademia dei Concordi di Rovigo sono previsti degli incontri che mettono insieme musica, poesia e immagini per il centenario della Grande Guerra.

Domenica scorsa ho avuto occasione di parteciparvi e devo dire che è stato davvero emozionante!

Letture e immagini ci hanno portato nel clima che si respirava in quel momento: dall’enfasi della partecipazione a qualcosa di sentito, all’orrore della vita di trincea, in una sorta di contrasto dell’animo umano, affascinante e profondo.

Meravigliosa la scelta delle musiche: al pianoforte brani praticamente sconosciuti di Francesco Balilla Pratella e Alfredo Casella che, ben lungi dal proporsi come mera colonna sonora, hanno amplificato quanto si andava leggendo e visualizzando.

E poi il coro.

Maschile, ovviamente.

Con brani che molti di noi hanno cantato da bambini, quando nella scuola il canto aveva il compito di “addolcire l’animo dei fanciulli e trasmettere i valori della patria” secondo i programmi ministeriali dell’epoca. E noi li cantavamo, così, come fanno i bambini, senza pensarci troppo -se il testo fosse allegro o triste… TA-PUM! Tragico davvero, ma un gioco per l’infanzia, che sente nel corpo il ritmo e il movimento, e non pensa al significato autentico: non fa parte del suo mondo, ancora  legato più al fantastico che alla realtà.

Eppure ora, adulti, entrati nell’atmosfera creata in questa occasione, ci accorgiamo che davvero, le voci che si intrecciano rendono ancor più suggestive le parole. Il coro non è più il gruppo di cantori vestiti di nero, che seguono il gesto del direttore e che ci fanno emozionare. Diventano loro stessi quei soldati che devono partire, se no “sarebbe una viltà!”; che percorrono “tre giorni di strada ferrata”, verso i monti lontani; che si trovano nell’orrore della “maledetta guerra”, perché la valle “è un cimitero” e che dicono “No” insieme al Piave. E che, infine, dopo essersi trasformati in soldati orgogliosi e terrorizzati, eroici e semplici, elevano la preghiera a “la biele stele” (la bella stella): che il Signore fermi la guerra.

E vien da pensare a mille cose: l’idea che, in modo subliminale, comunque il contenuto/valore del canto passi non è affatto da sottovalutare (lo sanno bene tutti i regimi, in fondo); un canto vissuto bene da bambini  (e non in modo pedante, come avverrebbe se venisse eccessivamente rimarcato il significato profondo del testo) si riascolta piacevolmente emozionati da adulti; l’armonia delle voci del coro maschile crea un’atmosfera particolare, e i canti tradizionali legati ad eventi come questi, sicuramente sono messi in rilievo nella loro espressività (e pur nella semplicità delle melodie) dalle voci pari.

Forse è il caso di tornare ai canti popolari, quelli che ci raccontano la nostra storia. Cantiamoli insieme ai nostri bambini, lasciamo che ridano immaginando i soldati che si sparano: si sa che il gioco ha anche una funzione esorcizzante della paura.

E insieme a loro rivolgiamoci anche noi cantando  a “la bielle stele”, per tutto ciò che accade oggi nel mondo. E speriamo.

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