Il ritratto

Chissà da quanto tempo era lì dentro…

Leandro, undici anni e una spruzzata di lentiggini sul naso, non riusciva a trovare un modo per saperlo. Gli sembrava un’eternità, comunque!

Dapprima il Maestro gli aveva spiegato tutte le parti dello strumento: come si chiamano, di cosa sono fatte e a cosa servono. “Devi saperlo, altrimenti è come guidare un’auto senza sapere com’è fatta!” Leandro annotò mentalmente: “Chiedere a papà se lui sa come si chiamano e come sono fatte TUTTE le parti dell’auto”.

Come compito: disegnare la chitarra e scrivere come si chiamano le diverse parti.

Poi finalmente il Maestro lo aveva fatto sedere su una sedia, gli aveva messo un affarino sotto il piede  in modo da sollevargli una gamba e aveva cominciato a sistemarlo. “Stà più dritto, attenzione al mento, tira su la fronte, guarda la tua gamba destra, deve stare così. Mi raccomando”.

Doveva piacergli molto ascoltare la propria voce, a questo Maestro, perché non stava zitto un attimo. E non dava segni di cedimento: né di stanchezza, né di secchezza delle fauci.

“Uff, pensò Leandro, ma quando si suona?”

Neanche avesse potuto leggergli nella mente, il Maestro gli mise la chitarra in braccio. “Finalmente!” Esclamò sempre fra sé il ragazzo.

Macché. Quello continuava ad aggiustargli la posizione: “Ecco la mano destra va messa così, la sinistra colà… No, attento al gomito, guarda in su, tieni il braccio rilassato, appoggiati in questo modo…”

Fu in quel momento che Leandro cominciò a sentirlo. Era un formicolìo che partiva dalla punta dei piedi e saliva su, su fino alla radice dei capelli. Lo riconosceva: stava per scoppiare!

Aveva un modo tutto suo, Leandro, di scoppiare. Non era come una pentola che a un certo punto si mette a bollire, o come il vaso che con la famosa ultima goccia comincia a debordare, o il fiume che straripa, o qualsiasi altra metafora vi faccia immaginare l’urlo  liberatorio “Bastaaaaaaa!” che ci si potrebbe aspettare.

No, a Leandro veniva un’irrefrenabile voglia di prendere in giro il proprio interlocutore: non resisteva all’idea di farsi una sganasciata, dopo, più tardi, ripensando alla faccia esterrefatta di chi aveva -a suo parere- abusato della sua pazienza.

L’ignaro Maestro stava, incredibilmente, portando a termine il suo discorso che, chissà, durava forse da un’ora:

“Ecco adesso sei pronto!”

“Pronto per cosa?”

“Per suonare!”

“Ah sì? Pensavo volesse farmi il ritratto!”

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