Il (finto) battitore libero

“Come dici?”

Il sopracciglio sinistro si inarcò con evidenza, dietro gli occhiali. I baffi appena disegnati sul labbro superiore ebbero un leggero tremolìo.

“Come dici?”, ripetè il professore.

Il ragazzone sembrava uscito da un film di Verdone, coi suoi “Sa, cioè, volevo dire, lei capisce”. Capelli lunghi e nascosto da una folta barba, il viso si intravvedeva appena. L’aria strafottente usciva tutta, però. “Sì, vabbè dài, insomma verrò un paio di volte giusto per fare le ore che bastano, okkei? Sa, io cerco di fare il minimo, per le materie meno importanti, così mi dedico a suonare. Sì, sa, sono un battitore libero, io, così posso andare in giro a suonare e qui posso fare il minimo che serve, okkei?”.

“Un battitore libero? Dovresti crederci davvero, è un peccato che tu non lo faccia. Perché se ci credessi, non verresti qui, a fare il minimo per avere un pezzo di carta. Che poi, non ti serve per andare in giro a suonare, mica te lo chiedono. Ti ascoltano e, se gli piace come suoni, ti prendono. Quindi questa storia del battitore libero… Mah, pensaci! Se ci credi, vai via di qua, non ti serve venire a frequentare questi corsi, nemmeno il minimo, okkei?”

Il ragazzo lo guarda stralunato.

Il professore lo ha messo kappaò.

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