E se ci provassimo, con un po’ di poesia?

Certo sarebbe bello, no? Riuscire a spiegare le cose più difficili e complicate, le teorie e le definizioni che rischiano di rimanere paroloni vuoti e senza senso, sarebbe bello riuscire a farlo con  (almeno un po’ di) poesia. A vederla così è un’ idea strampalata, probabilmente impossibile.

Sembra già tanto riuscire a farli lavorare in modo diverso dalla lezione tradizionale, quella in cui tu spieghi e loro ascoltano. Quella che, invece, è quasi  impossibile per te, che nemmeno alle conferenze sei riuscita a far stare fermo e zitto il pubblico, ma lo hai fatto muovere, cantare, eseguire ritmi, ascoltare la differenza tra un battimani e un battito sulle ginocchia. E così almeno ci provi a fare qualcosa di diverso e li metti lì, i tuoi studenti, a gruppetti, che parlano fitto fitto e si spaccano la testa su queste cose. Oppure discutete tutti insieme, su quel sassolino che hai lanciato nell’acqua, e la lavagna si riempie di parole, come i cerchi intorno al sasso lanciato nell’acqua a un certo punto si intrecciano fra loro. Oppure li fai un po’ giocare: oggi recitiamo, oggi facciamo un gioco di scrittura creativa… Certo il massimo è quando riesci far musica e poi a parlare di musica e poi a ricucire il tutto insieme ai paroloni su cui ci si è spaccati la testa, o si sono intrecciati i cerchi di parole, come intorno al sasso lanciato.

E poi capita: vai in libreria e ti casca l’occhio sul titolo di un libro. E lo compri, ché sei curiosa. E ci trovi dentro un po’ di poesia. Che non c’entra niente coi tuoi paroloni, ma poi, proprio quando state discutendo coi tuoi studenti del fatto che la realtà non è tutta frammentabile in pezzetti più piccoli, come si credeva una volta -per cui si era deciso di insegnare a partire dai pezzetti più piccoli per spiegare le cose complesse-, e che oggi (non l’hai detto tu, ma lo dicono le persone più importanti che si occupano di queste cose) anche se tutti continuano a pensare che imparare sia come costruire una casa, dalle fondamenta al tetto, invece no, da almeno cinquant’anni si è capito che la nostra testa ragiona in modo diverso, e costruisce delle relazioni tra le esperienze e i concetti che impara, e che quindi abbiamo una rete, lì dentro alla nostra testa, e da quella rete ecco si dovrebbe partire, che ce l’hanno anche i ragazzini e perfino i bambini, e loro, i tuoi studenti,  ti guardano con gli occhi un po’ sparuti che è un po’ complicato, ti viene in mente quel titolo, e citando dici: “Ma, se ci pensate bene -e come recita il titolo di un bel libro- La vita non è in ordine alfabetico“. Ecco, lo sai di non esserci riuscita, a spiegare le cose con la poesia -come sarebbe bello, però- ma almeno ci hai provato.

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